Il seguente Conversario è stato realizzato due anni fa, quando Stefano l’avevo appena conosciuto, e pubblicato su un blog personale. Penso debba essere condiviso anche qui su Cohibeo.
Stefano l’ho conosciuto per caso una mattina di non molti giorni fa mentre navigavo sul web. Google mi ha consigliato il suo articolo “Contro la poesia di strada e la poesia instagrammabile” pubblicato su Gli Stati Generali. Non c’è bisogno di dire che ha immediatamente catturato la mia attenzione.
Il suo modo schietto e irriverente di dire le come come stanno mi è piaciuto così tanto che ho dovuto assolutamente cercarlo e parlarci a tu per tu. Abbiamo scambiato idee e poesie e poi gli ho chiesto se fosse interessato a partecipare a Conversari e seminare un po’ di quell’irriverenza anche qui. Ha accettato subito.
Nell’articolo con il quale ti ho conosciuto, dici che “chiunque si sente autorizzato a comporre poesia, perché tanto, non si sa bene cosa sia”. Ora ti faccio una domanda che penso ripeterò ad ogni ospite di Conversari: che cosa è la poesia?
Nei libri che ho studiato ai corsi di linguistica italiana all’università, Franco Nasi ci ha posto spesso questa domanda: che cos’è la poesia? Alcuni hanno risposto enumerandone le caratteristiche tecniche. La poesia sarebbe cioè un componimento di tante o poche righe brevi una sotto l’altra, possibilmente in rima. Questa definizione però è palesemente mancante.
Provo a definire cos’è la poesia. La poesia secondo me è un’intensa espressione di sé stessi con belle parole, che fa stare meglio o da cui si impara qualcosa. Una poesia dev’essere prima di tutto qualcosa di ben scritto. Può anche non essere in rima, anche se la rima buona è sempre espressione di senso e mai mera decorazione, ma deve avere un ritmo musicale interno, un nocciolo che la tenga in piedi. Le parole devono dialogare, e nel discorso che si crea devono esprimere la loro areté, cioè la loro essenza. Dunque questo è il primo punto: la poesia è un insieme di parole portate al loro massimo potenziale che ha una sua coerenza.
Veniamo ora al secondo punto: la poesia, anche la più infame, volgare e blasfema, dev’essere uno spazio sacro, conviviale e lenitivo, un recinto inviolabile. Deve essere contundente e vulcanica, ma al tempo stesso emanare dolcezza, deve farsi piccola per aspirare all’immenso, cogliere ogni sfaccettatura dell’esistenza umana. La poesia non deve comunicare, cioè attiene agli insetti e ai bandi ministeriali, deve esprimersi.
Terzo punto: la poesia deve, per dirla con Musil, “tenere il muso ai propri tempi”. Anzi, non solo ai propri, a tutti i tempi. Essa dev’essere un diamante inscalfibile eternamente beffardo e impertinente. Non deve mai adeguarsi (neanche a sé stessa, se possibile), come invece fanno oggi i poeti di Instagram, a logiche di mercato, e quindi di potere, a meno che l’uomo non scopra prima o poi un potere sano. Certo, ogni poeta desidera essere conosciuto e letto. Ciò è perfettamente legittimo, ma bisognerebbe cercare di farlo rimanendo sé stessi. La poesia non può essere una questione di pezzi al minuto per soddisfare l’utente dei social, come una catena di montaggio. Essa va distillata goccia a goccia come in un’ampolla da alchimista.
Infine, il quarto punto, il più importante: nonostante quanto ne dicano i poeti postmoderni e i filosofi dilettanti, la verità esiste. Essa è tutta intorno a noi, costantemente avvertibile e palese. Coglierla non richiede alcun sforzo, anzi, richiede un non-sforzo, a cui purtroppo siamo disabituati in questa società performante. Essa si adagia, usando la formula cara a Zanzotto, sul “donativo del mondo” e sull’aderenza all’universo. La lingua è inadatta a parlarne, perché sebbene ci permei, è indescrivibile e procede per intuizioni psicocosmiche, non codificabili né riproducibili.
La poesia dovrebbe aprirsi a questa verità, attraverso, mia opinione, leggerezza e ironia, perché se della verità non si può ridere allora è dogma, non verità. Anzi, dovrebbe capire che non c’è nessun bisogno di cercarla, perché è già qui. Il Senso non va cercato, esso emerge spontaneamente a ogni passo e risiede già nel nostro corpo. Non c’è nessuna crepa o anello che non tiene, nessun velo di Maya o oltremondo a cui anelare. Tutto ciò secondo me è la poesia.
❝La poesia non può essere una questione di pezzi al minuto per soddisfare l’utente dei social, come una catena di montaggio.❞
Edgar Allan Poe, ne “Il principio poetico”, dice che «la verità non ha simpatia per il mirto» e che, per dire la verità, bisogna essere in uno stato d’animo che è l’opposto di quello poetico. Cioè freddi, calmi e distaccati. Poe vede la poesia e la verità come olio e acqua, senza tuttavia negare che la verità possa essere introdotta nella poesia, favorendola. La tua visione non si dissocia da quella di Poe quando dici che la verità non ha bisogno di essere cercata, perché è già qui e con la poesia emerge senza sforzo.
Tornando al tuo terzo punto, dici che la poesia non deve adeguarsi in alcun caso al potere, ma potrebbe farlo se si scoprisse un “potere sano”. Cosa rende “sano” un potere e in quale modo potrebbe favorire la poesia?
Più che senza sforzo, direi compiendo un non-sforzo, che permette di mettersi in uno stato recettivo. Un potere “sano” è un potere che permette alle persone di stare bene senza concedere porzioni della propria libertà.
Un (non) potere “sano” potrebbe essere quello anarchico, in cui abbiamo l’ordine derivante dal potere, e quindi l’efficienza dell’organizzazione, ma non abbiamo il potere centralizzato derivante dall’ordine, perché ognuno auto-disciplina sé stesso in autonomia nel rispetto degli altri, senza l’intervento di autorità regolatrici.
Forse inapplicabile nella dimensione statale, può essere invece messo in pratica facilmente come atteggiamento individuale. In questo modo l’idea stessa di punizione verrebbe espulsa dalla società, portandosi via, di conseguenza, anche l’idea di potere coercitivo.
Un potere così depurato sarebbe “sano” e la poesia vi potrebbe aderire. Ricordandosi tuttavia che non bisogna mai incensare (troppo) niente, né credere troppo in ciò che si fa. Così si evitano psicosi e dogmatismi.
❝Non bisogna mai incensare (troppo) niente, né credere troppo in ciò che si fa.❞
Parliamo invece del potere della poesia. Io credo sia più che mai indispensabile una produzione poetica consapevole del presente ma con lo sguardo ben puntato al futuro, che sia utopico, distopico o realistico. Con questo intendo versi capaci di sopravvivere a più letture, a più anni e più versioni. In giro si vede poesia sfruttata, serva delle case editrici a pagamento con scuole di scrittura creativa che arruolano giovani scrittori con la promessa di santi e garanti una volta sborsato l’oro. Hai mai avuto, come me, contatti ravvicinati con queste volpi dell’editoria?
Le scuole di scrittura creativa possono essere utili forse ai romanzieri, agli sceneggiatori, agli autori di programmi tv e a chi lavora nel teatro, ma sono perfettamente inutili per i poeti, anzi sono dannose.
Non si può, ma soprattutto non si deve insegnare a scrivere poesia, perché essa non risponde a nessuna regola o parametro, ed essendo espressione di interiorità è senza forma predefinita. La scrittura di poesia è un cammino verso la consapevolezza, e questa non la insegna certo un professore della Holden. Infatti, se chiedi a un redattore, ti dirà che le poesie sono gli unici testi a non essere sottoposti a editing, se non per correggere gli errori grammaticali.
Sì, mi è capitato molte volte di imbattermi nell’editoria a pagamento, di cui l’Italia è satura, in special modo per quanto riguarda la poesia. Una volta ci sono anche caduto, ma penso capiti a molti. Di solito queste case editrici pescano tra i finalisti dei concorsi, li adulano e gli promettono sicura gloria. Poi gli chiedono mille euro per pubblicare. È un modo come un altro per lucrare sulle speranze degli artisti. Fortunatamente ci sono alcune eccezioni. Mi permetto di segnalare L’Eretica, casa editrice piccola, ma onesta e di qualità, che non fa pagare per pubblicare. Forse è anche per sfuggire a questi meccanismi che molti poeti scelgono di farsi conoscere sui social, con effetti però ahimè nefasti.
❝Non si deve insegnare a scrivere poesia, perché essa non risponde a nessuna regola o parametro, ed essendo espressione di interiorità è senza forma predefinita.❞
Sono d’accordo su tutto, soprattutto sul non sottoporre le poesie ad alcuna modifica salvo quelle grammaticali. Una volta, pensa un po’, mi hanno proposto di fare l’editing al testo. Il “testo” era una poesia e ho dovuto rispondere per le rime (battuta intesa). A parer mio, se si decide di pubblicare una poesia, è perché la si ritiene meritevole. Il resto lo prendo per quel che è: insulti e cialtroneria.
Tornando a noi, ai “poeti senza scorza”, come li chiami nel tuo articolo su Gli Stati Generali, rimprovero la codardia di non riuscire a superare la superficie e anche l’ostinazione a non volerla superare. Per te qual è la pecca dei poeti senza scorza?
I poeti senza scorza aderiscono in maniera fondamentalista a loro stessi. Una volta capito quel che vende lo replicano all’infinito, senza nessuna variazione. Reiterano continuamente la medesima versione del loro personaggio. Non osano, stanno nella loro sicura nicchia (di mercato). La loro poesia, di conseguenza, è sempre la stessa. Ciò la priva di ogni guizzo e la rende spenta e molle.
❝Non osano, stanno nella loro sicura nicchia (di mercato).❞
Ora che abbiamo sfogato la nostra brutalità, che ne dici di raccontarmi della nascita della tua prima silloge “Pirulini”? Raccontami come si è sviluppato il tuo interesse per la poesia e su cosa stai lavorando in questo momento. C’è una nuova silloge in cantiere?
A 20 anni non amavo la poesia. I poeti mi sembravano degli stralunati depressi che parlavano di cose assurde.
Ho iniziato a scriverne perché è più facile che scrivere un ottimo romanzo. “Pirulini” è nata così, per caso. Un giorno non avevo niente da fare e ho scritto una poesia sul mare, il resto della silloge è venuto da solo.
In questo momento sto limando gli ultimi versi di una silloge su Bologna che si chiama “Di Mondi”. I prossimi progetti sono dare gli ultimi ritocchi alle poesie per bambini che ho scritto e soprattutto raccogliere tutte le poesie che ho inviato negli anni alle ragazze sulle App di incontri. Si intitolerà “Poesie per fare efficacemente sexting sui social”.
❝I poeti mi sembravano degli stralunati depressi che parlavano di cose assurde.❞
Ho avuto l’onore di leggere in anteprima “Di Mondi”, catapultandomi nella sua Bologna, città amatissima, carezzata da versi decisi e immagini cristalline, efficaci. Nel suo viaggio, che è diventato anche il mio, ho ricordato cose che pensavo di aver dimenticato.
Stefano, nel suo modo irriverente, mette a disposizione i suoi occhi per mostrare scene dettagliate eppure sfumate da questo alone di nostalgia che si riscontra in tutti i suoi versi, anche quelli più carnali e selvaggi.
Ho anche avuto il piacere di leggere le poesie per bambini. Ottima introduzione, a parer mio, all’universo poetico. Sono sicura che Stefano ispirerà almeno una generazione di nuovi poeti.
La sua prima silloge “Pirulini” (la si può leggere qui) ospita la prima poesia che abbia mai scritto, nella quale si può ben notare la sua vena spiritosa e al contempo malinconica. “Nascita” mi fa pensare ad un ragazzo che rincorre il tramonto, scalzo sulla sabbia.
NASCITA
Andrò dove nessun uomo è mai stato prima
e sulla cima di un monte dal vento
dal fuoco dal sangue forgerò una nuova rima
invisibile sul foglio,
perché bianca di pura luce
come schiuma sullo .
Non cercherò più te, parola scialba che cuci
e vesti i miei testi in restauro,
ma il tauro segno che condensi l’alba e bruci
le foglie secche del lauro
perse in autunno dal poeta.
Senza meta verso l’auro
mare al tramonto fornace di peschi
solco rossi vini e cuori
naufragando sapori in domestici arabeschi.
Grazia Cassetta


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