Brame

"Untitled" by ruimcosta is licensed under CC BY 2.0.

La mia immagine riflessa sta attaccata al vetro immobile, ma sveglia. Spinge contro la lastra che ci divide, con il suo peso. Come la volesse spezzare, ma non avesse la forza. Mi fissa.

Con uno sguardo apatico e meschino che mi passa attraverso. Quasi una sfida. È in gabbia. Non sono io quello che vedo.

Io sono dentro, dentro me, dall’altra parte del vetro. Lui invece appare solo nello specchio. Lui è solo un corpo. Tutto ciò che non è la parola. Siamo in due stanze diverse, ma vicinissimi. Vuole venire dalla mia parte, lo sento, lo vedo da come mi implora, muto, con gli occhi spalancati.

Il tempo cola a piccole gocce dai rispettivi bulbi oculari e si unisce al sangue e ai pensieri nello scarico del lavandino. Non riesco a respirare, in questo momento. Mi costerebbe troppo sforzo. Ma accetto l’invito.

Inizio a spingere anch’io contro il vetro, testa contro testa, se vuole venire di qua, che venga.

È una gabbia come la sua.

Io ho le parole, io sono le parole.

Lui è materia, ne sento tutto il peso a filo del mio sguardo. Se solo mi spostassi a un passo potrei ucciderlo per sempre. Ma sarebbe troppo facile.

Silenzio. Ci fissiamo e inizia a girarmi così forte la testa che non ho nemmeno bisogno di muovermi quando sento la necessità di farlo.

Gli do io la vita, mi è grato. E mi odia come si odiano i padri. Vuole essere me per amare i pensieri.

Se respiro, respira. E lo vedo come ne ha bisogno, come si piega.

Mi sta implorando. Di avere compassione per poi uccidermi appena lo libero.
Poi me ne accorgo.

Ha le falangi mangiate fino all’osso e la bocca sporca di grumi di sangue. Proprio come me.

Come quel coniglio che avevo un tempo. Me ne ero dimenticato giusto per una settimana.

Era morto mangiandosi. La cosa mi aveva eccitato.

Credo che anche lui abbia fame.

Si sta mangiando da solo, ma vorrebbe mangiare ciò che sono io.

Per questo mi fissa. Io sono la preda e lui la bestia morente.

Senza forza di uccidermi, aspetta che io mi conceda.

Che mi arrenda. C’è un vetro fra di noi, ma sento benissimo il suo respiro rauco e profondo. Fin da piccolo, ogni volta che lo vedevo, prendeva qualcosa di me. E ora è l’ora di finirmi.

Premo con tutta la forza dei miei nervi contro il vetro e anche lui fa lo stesso, di colpo, deciso.

Come risvegliato.

I piedi freddi, le mani tremanti e un solletico fetido e doloroso lungo tutta la spina dorsale.

Sta sorridendo e piangendo convulsamente mentre si stacca l’osso del dito con un morso e inizia ad imitarmi. Mi mostra come fare.

Spingo con forza e inizio a tirare testate contro lo specchio.

Non sento niente.

Mi eccita anche dargli la possibilità di vincere. Ma perché piange? Sta perdendo le forze?

Vorrei liberarti, corpo. Rompere questo vetro e farti venire qui tra le parole e il suono. Manca poco ormai. Forse sto morendo anch’io. La parola è un parassita, vero? E questo è il mio destino. Uccidere l’essere che lo ospita. Dopo qualche colpo forsennato sento incrinarsi qualcosa, la mia testa o il vetro.

Sono cascato nella sua trappola e lui nella mia.

Di me rimarrà solo un corpo mangiato che cerca di raggiungere la parola.

Mirko Vercelli
Foto: “Untitled” di ruimcosta


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