Una pinta d’acido

"Day 087" by H o l l y. is licensed under CC BY 2.0.

Tutte le storie d’amore sono uguali.
Che si tratti di persone, animali, piante oppure oggetti.
Ma amare la droga, oh. Quello è un genere d’amore diverso, speciale.
È l’unico vero amore che un essere umano possa mai provare.

Fabrizio fece due tiri veloci prima di gettare con una schicchera il drummino dal balcone. Il sapore della cellulosa bruciata gli fece storcere il viso in un ghigno carnevalesco.

Il balcone era arido: un tavolo di legno scorticato dal tempo ricoperto di bottiglie di birra vuote e posaceneri anneriti, un’unica sedia dalla seduta in paglia ammollata dalla guazza di troppi anni. Una ringhiera nero ruggine, con alcuni denti taglienti di tetano e abbandono.

Fabrizio si alzò ondeggiando, la testa troppo leggera per coordinare bene i movimenti. Entrò dentro casa e dopo pochi istanti uscì con in mano una bottiglia di Peroni ghiacciata. Addentò il tappo e lo sputò come il guscio di una fava. Il dischetto di latta tintinnò sulle marmitte bucherellate del pavimento fino a sgommare giù da una crepa della copertina: là sotto la strada era un ammasso di movimenti inutili e convulsi come una scatola di bigattini da troppo tempo in frigo. Anche l’odore che risaliva dai cassonetti bulimici era un’eco di formaggio rancido e dolcezza putrefatta.

Guardò il tramonto che tingeva di sangue il paesaggio e una botta di malinconia gli colpì l’interno dei gomiti come una stella d’eroina.

Da quanto tempo non usciva più di casa? Ormai chiedeva a Marco, il figlio dei vicini, di andargli a prendere anche le cartine. Bastava corromperlo con pochi spicci e si sarebbe buttato anche nel fuoco. Inoltre quel ragazzino brufoloso e dai capelli unti sembrava avere un sincero interesse per la sua vita. La chiamava “avventurosa”.

Moccioso rincoglionito.

Beh, di certo i soldi non gli mancavano: la pensione della madre continuava a entrare ogni 4 del mese, precisa come un orologio.

È strano che in Italia, dove non funziona mai un cazzo, l’unica cosa che funziona veramente bene sia l’erogazione delle pensioni. Forse è perché i vecchi sono gli unici che ancora vanno a votare, oppure perché, in fondo, sono gli ultimi verso cui questo Stato di merda prova ancora una sorta di affetto.

Chissà.

Il primo sorso gli scacciò via tutti i pochi pensieri rimasti. Il secondo fu come il primo bacio di una fanciulla. Il terzo la scopata più forte della vita.

Cazzo, ne aveva fatte di cazzate nella vita. Sempre per amore del vizio, mai per cattiveria o antipatia verso il lavoro: il fatto è che quando per passare una serata ti servono sui centocinquanta di coca, una trentina per le birre e almeno una settantina per una puttana sufficientemente pulita la maggior parte dei lavori si rivelano inadeguati. Insufficienti.

Certo, poi col tempo la droga dà noia, soprattutto la cocaina. Un sopra e sotto di euforia e energie, ma che doveva farci? L’LSD invece continuava a tentarlo, ma era diventato sempre più difficile da trovare: roba vecchia per i giovani, roba troppo nuova per i drogati più tradizionali.

Sbuffò. Italiani provinciali di merda, in America e Inghilterra i pischelli si sballano di acidi fin dagli anni ’50.

Qui invece solo canne, coca e birrette fino all’arrivo di mamma eroina, sui ’70.

Quella sì che era roba da far tremare i polsi, ma con la pulizia delle strade era diventata rara come un autentico fiocco di neve sulle piste di Cortina.

Ingurgitò l’ultimo sorso per uccidere la birra.

Dio, che darei per un acido…

Lo sguardo gli divenne acquoso sotto le sopracciglia folte e brizzolate. Sogni di funghi policromatici e panorami psichedelici gli affollarono la mente come i fantasmi in un vecchio castello.

Si alzò di nuovo, più incerto di prima. Inciampò nei suoi stessi piedi ma riuscì a non cadere. Si resse al tavolo per mantenere l’equilibrio e, una volta che il mondo ebbe cessato di fargli il girotondo davanti agli occhi, sul suo viso fiorì un’espressione di gioia cariata.

So di cosa ho bisogno, mondo bastardo…

Entrò in salotto sbattendo contro il vecchio divano tarlato e macchiato di piscio. Urlò un Cristo da spaccare le croci e andò diretto verso il bagno. Uscì poco dopo, tenendo stretta tra le dita rachitiche simili a grinfie una bottiglia di acido tamponato.

Si sedette al tavolo, davanti a lui c’era una pinta crepata dal vetro color fumo. Sembrava che anche lei non aspettasse che quel momento.

La riempì d’acido rosso sangue, che spumeggiò di un rosa acceso come una birra Kriek.

Guardò con espressione spiritata l’acido schiumare e frizzare per una trentina di secondi. Poi alzò in alto il bicchiere e guardò la figura seduta di fronte a lui.

Un ammasso informe di scialli e coprispalle appesantivano un busto che sarebbe potuto anche essere snello, ma che ora sembrava il corpo tozzo e informe di un rospo. La testa, appoggiata come un sasso sulle spalle prive di collo, era ricoperta di una pelle dal colore del cuoio, che in alcuni punti era aperta, facendo scorgere dei frammenti di ossa e tendini. Sulla bocca, senza labbra e con i radi denti marroni a vista, sgambettava frenetica una scolopendra mentre le orbite oculari, vuote da tempo, erano occupate da ragnatele fitte come un dedalo di spine.

«Alla tua, mamma!» brindò Fabrizio prima di buttare giù tutto il contenuto della pinta in un unico, lunghissimo sorso.

Un formicolio selvaggio gli solleticò la gola, fino all’esofago e oltre. Per un istante gli ricordò la sensazione della Coca-Cola, ma più intensa.

Molto, molto più intensa.

Quando aprì la bocca per urlare, la mascella gli cadde sul petto, i legamenti corrosi dall’acido.

Fede “Mouse” Grasso
Foto: “Day 087” di H o l l y.


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