Comedian: la banana della discordia

Dopo l’ultima trovata dell’acquisto per una cifra assurda, Comedian (2019), o La Banana di Cattelan continua la sua performance, con la sua momentanea sparizione nella bocca del suo compratore.

Ci troviamo davanti ad un fenomeno che nella modernità, a parte qualche altro che ha fatto parlare di sé per la crudeltà di performance estreme, rappresenta un paradosso senza precedenti.

Gli studiosi d’arte convergono unanimi per risalire la corrente di quanti in un’eterogenea irrisione si sono pronunciate su di lei, sua maestà la Banana di Cattelan, asserendo che inclusa nel novero di una tradizione artistica, non rappresenta certamente un unicum e che chi si straccia le vesti per intendere che in fondo quella arte non è, allora di arte non ci ha mai capito molto. Stranamente l’invettiva dell’esperto si ferma a questi pochi concetti e ancor più bizzarramente nel discernere il nerbo della provocazione performativa, arrivare al semplice concetto del perché sia arte rappresenta sempre un’operazione inutilmente dispendiosa delle energie a chi non conosce gli artisti che dei beni deperibili hanno fatto il fulcro dell’installazione, preferendo non senza insofferente superiorità chiudere la questione. Il discorso di una tradizione ampiamente riscontrabile a partire dalla famigerata banana di Andy Warhol, disegno realizzato per fare da cover all’album di The Velvet Underground & Nico del 1967 che nella sola immagine trovò la sua determinazione, la moderna, materica, edibile, tridimensionale “Comedian” trova nella tradizione di pop-art, arte concettuale, arte performativa la sua eredità, e allo stesso tempo la prosecuzione e ragion d’essere (arte). Agli intenditori da manuale lascio volutamente il compito, se le energie non gli difettano, di ricostruirne l’excursus.

Se Cattelan non avesse subodorato nel mezzo della polemica e del suo posizionamento nel Luogo Deputato, (la parete dello spazio espositivo) il potenziale espressivo per portare avanti la scossa sulla riflessione contingente allo status del mercato dell’arte contemporanea, probabilmente avrebbe scelto un soggetto diverso.

Il paradosso dell’iconico giallo frutto, esposto nella sua essenzialità, risiede tuttavia proprio in questa potenza espressiva che arriva dove la lattuga (l’opera senza titolo di Giovanni Anselmo, del 1968 soprannominata “Scultura che mangia”, che pure presentava un concetto maggiormente strutturato) mai aveva osato spingersi, perlopiù passata al grande pubblico dei polemisti da tastiera sotto il filtro di una indifferente scrollatina di spalle e del fruitore che nei musei non ci mangia, eccezion fatta per qualche caramella (The untitled, di Féliz González-Torres, esposta per la prima volta nel 1992) ma che di sicuro ci vive.

Contro ogni probabilità, e sempre in barba al politicamente corretto, il fruttivendolo che ha attaccato al muro con lo stesso scotch da imballaggio grigio gli ortaggi del banco con tanto di etichette recanti prezzi milionari non deve aver visto molte opere d’arte nella sua vita, ma l’opera di Cattelan non gli è di certo sfuggita, e anche se la potenza della provocazione risiede anche in questo, l’arte non è come una parola, che legittimata nell’uso continuativo, entra ufficialmente nel dizionario dei lemmi di una lingua.

Se il buon provocatore Cattelan si fosse trovato al cospetto di una platea di fruitori zelanti, annuenti, convinta, persuasa che una banana attaccata al muro fosse senza dubbio «arte», con plausi diretti senza aver nel mezzo la reazione, l’esperimento, se di questo si tratta, sarebbe culminato con la consapevolezza di una performance fallita nell’annichilimento generale. Oltretutto nella vera domanda retorico-polemica insita nell’opera, la commedia portata avanti dai fruitori del mercato dell’arte contemporanea nella convinzione che un senso concettuale è sempre applicabile, specie a posteriori, problema in massima misura estraneo a chi pur amando l’arte la vive lontana dal suo ambiente contemporaneo, in un rapporto spesso superficiale e non versato, la risposta, a cui nei fatti si perviene, al di là della strategia visiva ben congegnata, ci restituisce l’immagine finale di un artista che di sicuro non ha di che preoccuparsi per il suo destino e per la sua attività. La buona notizia è che c’è ancora speranza. 

La speranza alla quale mi riferisco è che nonostante tutto quello che il genere umano, per quanto riguarda il costume della provocazione, ne ha viste, studiate, sapute delle più variegate, se le persone ancora riescono ad insorgere per una banana attaccata al muro, ad infiammarsi, a criticare, ad ironizzare, ad indignarsi infine per una beffa latente, allora significa che non sono ancora riusciti a colpirci nel nostro spirito critico a prescindere dagli indottrinamenti a vari livelli cui il genere umano è sottoposto e volontariamente si sottopone.

L’inganno agli esperti/intenditori che parlando dell’opera rispondono ai profani che quella è «ARTE», con tanto di maiuscolo, non fanno che confermare sì un iter artistico, una “tradizione” nella quale l’opera si inscrive, nella sua radice, visibile a chiunque sia appassionato o vagamente interessato, rappresentano da un lato, quello che sicuramente avrebbe danneggiato, del tutto annullato e distrutto negli intenti ab origine la fruizione dell’installazione Comedian, ma dall’altro la conferma della fondatezza della polemica innescata, che trova il suo terreno fertile nell’epoca dei social e nel posizionamento dell’installazione in una zona d’ombra nel bel mezzo di ciò che potenzialmente potrebbe essere arte e ciò che arte non è, oltre al fatto che una educazione fin troppo pervasiva all’accettazione di qualunque cosa venga propinata all’osservatore tramite la canonizzazione e legittimazione fornita dal Luogo Deputato, quale può essere un museo o un qualsiasi luogo che ospita un’esposizione, da critici e riviste specializzate, denota un deperimento del senso critico che in particolare riferimento all’opera ne avrebbe decretato la morte istantanea, perché il fulcro della performance stessa è nientemeno che l’effetto suscitato nel fruitore (di preferenza quello versato il giusto nei meccanismi concettuali dell’arte contemporanea che di fatto ne ha decretato il successo nella diffusione popolare e nel dibattito costante) alla visione dell’opera che si concretizza esternamente a sé, trascendendo l’opera stessa: un pubblico educato, se non meditabondo, certo di annusare la beffa sulla natura stessa di opera d’arte collegata ad una banana attaccata al muro con nastro da imballaggio, ma compiacente, non sarebbe stato funzionale al messaggio trasmesso.

Un bene deperibile, non una novità nella produzione artistica di Cattelan, la provocazione, la reazione che diviene performance stessa che il soggetto esposto innesca, senza di essa Cattelan avrebbe compiuto in una nuova ultima performance, l’estremo gesto di staccare la banana dal muro e strozzarcisi sul posto, certo della morte del senso critico, dell’indottrinamento passivo e massivo, nella consapevolezza di uno stato attuale di un’arte sempre più elitaria e compiacente, silente alle masse, nonché della fine della provocazione che comporta la fine non solo di un certo tipo di arte, ma soprattutto dell’arte per come oggi è praticata nella sua ultima evoluzione.

Ripensando al “Trash Sublime” di žižekiana memoria: le scorte della provocazione estrema non sono purtroppo rinnovabili, e temo siano agli sgoccioli, corroborata dall’assuefazione che necessita costantemente del nuovo, aggredite da un senso di contrasto sempre più osante, in un’asticella sempre più alta della disumanizzazione che tentando strade sempre meno dettate da un effettivo sentire, puntando sempre di più al colpo di luce shock per poi dileguarsi in un nero buio sempre più vacuo, nei tempi moderni, una sola consapevolezza resta: se nessuno ti guarda come un’opera d’arte sei solo nel luogo sbagliato.

Ssovrappensiero

Articolo a cura di ssovrappensiero


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