Fato e libertà: Il déjà-vu come metodo d’indagine del reale

"CosmicVintage" by Jack Heart is licensed under CC BY-SA 2.0.

«L’ubriaco che improvvisa un ordine assurdo, il sognatore che si sveglia di colpo e soffoca con le sue mani la donna che dorme al suo fianco, non eseguono forse, una decisione segreta della Compagnia? Quel funzionamento silenzioso, paragonabile a quello di Dio, provoca ogni tipo di congetture.»

Ne “La lotteria a Babilonia” racconto contenuto in “Finzioni” di J.L. Borges si esplora il processo evolutivo dei supremi regolatori del caso e le sorti degli abitanti regolati da un’estrazione in cui un consiglio di scrutatori regola le sorti estratte. Gli azzardi delle sorti avverse finiscono per creare l’interesse e spingere gli uomini ad acquistare le loro sorti, fino a fare della Lotteria e della Compagnia (che nelle sue evoluzioni diviene onnisciente nei timori e nelle gioie di ciascun individuo), due istituzioni giuridico-matematiche con sempre maggiore influenza nella vita delle persone. Il babilonese, a differenza dell’uomo penseur, «è poco speculativo, accetta le sentenze del fato, gli consegna la sua vita, la sua speranza, il suo terrore panico, ma non gli viene in mente di indagare le sue leggi labirintiche, o le sfere giratorie che lo rivelano.»

Nei cosmi creati dall’autore il pensiero umano ha l’incidenza di una notizia senza valore o al massimo di un parallelismo con un ordine di cose stagnante, prossimo alla decomposizione. Nell’ordine del pensiero dell’uomo per secoli, spaventato da una così fortuita incidenza del caso nella sua vita, quale misero individuo, si è proclamato come fautore del proprio destino, e l’idea, senz’altro corroborata nei fatti dalle leggi di causa-effetto, non può che essere una verità, sebbene parziale. La presenza di ingranaggi contrastanti, di leggi sconosciute appartenenti ad un ordine diverso, parallelo, non regolato dalle azioni umane è quanto invece affascina il pensiero filosofico e la letteratura di tutte le epoche. Un fatto totalmente inspiegabile, con moventi assurdi come nella citazione proposta in epigrafe risuonano di un tempo che dapprima nascosto, nella contemporaneità manifestamente violento, rende visibile una congerie di soprusi e nella loro radice trovano la loro futile motivazione nei pareri tecnici di comportamentisti e psichiatri. In tempi del genere qualsiasi discorso legato a siffatti episodi può assumere il tono delirante di una giustifica nelle contorte volute di un’indagine che si preferisce relegare alla boutade, ma se non fosse proprio così? È da tempo ormai, un tempo individuabile a partire dai processi della Santa Inquisizione, che l’uomo cerca di chiarificare, pur non avendone i mezzi, determinati fatti inspiegabili. Domande che col tempo hanno trovato risposte sempre più stratificate nella scienza empirica dell’osservazione nelle continue conferme a cui “i modelli” hanno dato ampia corroborazione. Il punto d’arrivo, e la vera radice di questo discorso, è però sempre il medesimo: quando proviamo ad immedesimarci nello strangolatore, da esperti o profani, (sempre in riferimento alla citazione) ad indovinarne i processi mentali e le associazioni che a tale crudeltà lo riportano, questi ultimi ci sembreranno, per la mente sana che non accetta, sempre e comunque estremamente futili e inconsistenti.

La psichiatria che da sempre si appropria di taluni processi mentali rendendoli sintomo di un malessere stratificato, non può che porre argini nella sua dissertazione al luogo liminale quale è la mente umana, sede del male, ma anche mezzo di trascendenza. Quanti di quelli che hanno avuto mai modo di confessare (per lo stigma che ne deriverebbe) l’esperienza di un déjà-vu sono stati poi effettivamente raggiunti da una diagnosi di schizofrenia o epilessia?

Mi verrebbe da rispondere che se per ogni manifestazione umana che esula dal reale, pur amando le nostre personali incursioni nell’inverosimile e nel simulato, si riesce a trovare un punto patologico e di conseguenza riscontrare, senza nessun titolo e con fasulla ed immotivata certezza, la follia dell’altro, allora sarebbe il caso di controllare quanto ampie siano in realtà le aperture alari del nostro pensiero.

L’impressione vivida di rivivere un attimo in una sensazione o una parte della vita, o di sentire la vita stessa come un qualcosa di già esperito o vissuto, si palesa come un sintomo condiviso in alcune opere letterarie. In Solenoide, Cărtărescu esplora un segmento della sua vita, culminante con l’incontro dell’amore della sua vita, proprio a partire da una sliding door, la ripetizione di un momento cruciale i cui esiti avrebbero fatto la differenza nella sua vita, osservandone le ripetizioni da essere esterno al sé stesso che agisce nel mondo narrativo creato, arrivando addirittura a sovrapporsi. O nel sognatore de “Le rovine circolari” che mentre credeva di star solo sognando, prende coscienza di essere egli stesso non meno sognato del suo simulacro.

«Le cose si ripetono e a ogni ripetizione perdono un po’ del loro senso. O, più esattamente, perdono goccia a goccia la loro forza vitale, che presuppone automaticamente un senso. Il confine, dunque, significa per Jan la massima dose ammissibile di ripetizioni.» scrive Kundera ne “Il libro del riso e dell’oblio” in associazione del tutto libera riconduco l’idea di ripetizione non solo nel discorso comico, esplorato successivamente da Kundera, a quella manifestazione erotica del seno femminile come punto erogeno esplorato durante l’infanzia nel massimo della sua potenzialità fino ad esaurirsi ad una mera escrescenza carnea che non produce eccitazione, trova la sua ripetizione nell’età adulta chiarendo poi «La ripetizione non è che uno dei modi per rendere visibile il confine. La linea del confine è coperta dalla polvere e la ripetizione è come il movimento della mano che toglie questa polvere.» ma anche a quell’idea del tempo circolare esplorata in “Cent’anni di solitudine” dove verso la fine Aureliano Babilonia vede descritto nella pergamena di Melquíades, come in uno specchio, sé stesso e il momento nel momento in cui lo vive, la cui scrittura è contemporanea all’azione cioè in fieri, o pregressa e quindi minuziosamente profetica?

E l’idea trascesa della libertà dove un singolo gesto non intenzionale può provocare una miriade di conseguenze avverse che poco hanno a che fare con l’intenzione del gesto iniziale. Breton in “Nadja” nel disvelamento dell’argomento collegato al romanzo, rende grazie alla foglia di carpino di Lequier, filosofo francese [1814-1862] il quale indica nella trascendenza, contro ogni determinismo, il mezzo per conoscere la verità alla base della coscienza dell’uomo e la profonda complessità del reale, fa partire l’intera produzione del suo pensiero (frammentaria) da un singolo fatto: un gesto della mano su una foglia di carpino fece volare via un uccello che un falco uccise. Breton nonostante il suo professato ateismo, prende molto seriamente la manifestazione umana di sé stesso quale essere unico e irripetibile, ma soprattutto in qualità di latore di un messaggio. Così procedendo differenzia gli eventi distinguendoli in fatti-frana e fatti-precipizio «facendomi sentire quanto sia in errore ogniqualvolta mi credo solo alla barra del timone» accettando pienamente l’ingerenza di un caso avulso e indipendente individuato nel demone dell’analogia «Cantavano sulle tue labbra parole sconosciute, brandelli maledetti di una frase assurda?» [Mallarmé] da mezzo poetico diviene metodo d’indagine sugli squarci del reale che attraverso i fatti imprevisti, nelle sembianze di derivati del caso, finiscono per tessere una rete, affermarsi come portatori di una logica che si esprimerà infine nell’evento «dove subentra l’irrefutabile intervento del soprannaturale» per chi indaga non rifiutando il mondo sommerso di inesprimibile enigma, che lo ama e lo accetta fino ad introdurlo nel quotidiano, non può che esserci l’influsso di quell’ordine che continuamente si beffa dei programmi logici dell’uomo, capovolgendo le situazioni come un dito distratto provoca la caduta ritmica dell’intero castello di un domino, trascendendo l’idea stessa dell’intenzionalità, radice del pensiero che anima il gesto, rendendo veleno ciò che doveva esser nutrimento, e nutrimento ciò che era pensato per esser veleno.

Ssovrappensiero

Articolo a cura di ssovrappensiero

Foto: “CosmicVintage” di Jack Heart


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