Necromanzia, letteralmente “magia sulla Morte” o “divinazione attraverso lo spirito dei morti”.
In tutta la sua storia, l’umanità è sempre stata affascinata ed ossessionata dal regno dell’Oltretomba e dai suoi segreti: privi di conoscerne la vera forma o sostanza, reclusi al mondo materiale, il Regno dei Morti è lo scrigno di Pandora che cela tutte le verità e tutto lo scibile che fu, che è e che ancora deve essere. Capacità preclusa solo e soltanto agli Dèi, la capacità di parlare o di portare nuovamente in vita i defunti divenne pratica ricorrente nelle culture che usavano la morte come oracolo premonitore, adoperando i cadaveri a mo’ di scrigno rivelatore delle sorti e delle sventure dei popoli o dei singoli individui.
Legata principalmente a pratiche pagane o esoteriche, la Negromanzia (termine accomunato alla più nota “magia nera”) divenne pratica proibita e ripudiata dalla fede Cristiana che l’associava ad evocazioni demoniache e adorazione di idoli sacrileghi. Eppure, nonostante l’opposizione del Clero, i rituali di Necromanzia si sono ripetuti sino ai giorni odierni: attraverso testimonianze – seppur di finzione – tramandate in opere letterarie o artistiche, il bisogno di interrogarsi o di interpellare i morti per l’acquisizione di conoscenze superiori è frequente.
In più occasioni, i personaggi arrivano al confine che separa il mondo dei vivi da quello mortifero, sempre in visione di cercare risposte od attingere a facoltà superiori che permetterebbero sia una più chiara visione del futuro sia un potere più grande da poter sfruttare nella propria esperienza terrena.
Assimilata alle diverse pratiche condannate dalla Chiesa, la Necromanzia fu spesso sfruttata come accusa di adorazione del demonio o pratiche di stregoneria (Magia Nera) pertanto ferocemente combattuta: nonostante le sue radici antiche, la profanazione o l’uso del corpo umano – seppur cadavere – a scopi divinatori era usanza tanto vietata da poter costare la vita a coloro che venivano accusati o scoperti ad esercitarla.
Il termine originario di Νεκρομαντεία (nekromanteia) deriva dal greco nekro (morte) e manteia (divinazione), molto più aderente alla radice rispetto alla parola medievale e più generica Negromanzia, legato alla magia nera e all’evocazione dei demoni.
Interrogare i morti è una pratica che non conosce tempo: anche al giorno d’oggi, alcune culture usano rituali che prevedono l’osservazione o l’analisi dei cadaveri e dei segni che la morte ha lasciato sulle loro spoglie.
Un esempio eclatante sono gli stregoni vudù di Haiti che fanno pratica di negromanzia per riportare alla vita i morti, dando vita a creature denominate “zombie” (da qui, il nome dei mostri noti con l’appellativo di “morti viventi”).
Non limitandosi alla mera e semplice osservazione, il rituale negromantico ha non solo l’obbiettivo di interrogare il cadavere ma anche quello di farlo parlare: ascoltare la voce e poter rispondere ad un’anima trapassata è un privilegio non comune, non solo per l’impossibilità di spiegare tale fenomeno bensì per il pericolo a cui l’anima del negromante è sottoposta.
Varcando la soglia del mondo immateriale ed esponendo il proprio spirito alla mercé delle anime defunte, il negromante è predatore e preda di un evento dove poco basterebbe a compromettere la salvezza della sua anima (immortale) e della sua mente (mortale).
In ambito letterario, la Negromanzia (intesa come arte occulta) è stata fervente tema per trame del genere gotico ed orrifico. Uno degli esempi più celebri di negromanzia in letteratura è la vicenda di “Frankenstein, o il moderno Prometeo” di Mary Shelley (1818):
“Dopo giorni e notti di un lavoro e di una fatica incredibili, riuscii a scoprire la causa della generazione e della vita; anzi, di più ancora, divenni io stesso capace di dare animazione alla materia morta”.
(da “Frankenstein” di Mary Shelley)
Il desiderio di riportare un corpo morto alla vita è l’ossessione del protagonista del racconto omonimo che Mary Shelley scrisse – leggenda vuole – una tempestosa notte di capodanno.
Proprio come il Prometeo della mitologia greca, Viktor Frankenstein, ambizioso medico, auspica di risolvere il quesito irrisolvibile di ridare la vita ad un corpo deceduto e prossimo alla tomba, offrendo il frutto della sua scoperta all’umanità come il titano fece col fuoco.
L’esperimento dello scienziato ha esito empiricamente positivo ma egli dovrà confrontarsi con le ombre e le sventure che la sua riuscita inevitabilmente comporta: riportare un morto dell’aldilà, dopo averlo ri-assemblato con parti provenienti da altri corpi, dà vita non all’umano che fu prima che la morte gli rubasse il soffio vitale, ma ad una creatura che dovrà calpestare la terra dei vivi e convivere con l’eterna maledizione dell’appellativo di mostro.
Il peso della conoscenza e della scoperta è una tematica presente in un’altra opera letteraria usata come monito verso coloro che ambivano e bramavano conoscenza occulta e capacità straordinarie: “Il Dottor Faust” di Johann Spies (1570 circa) – opera che ispirò Marlowe e Goethe – è il sapiente dannato per antonomasia, che vende la sua anima al Diavolo in cambio della sua conoscenza e delle sue abilità. I due interlocutori, Valdes e Cornelius, rispettivamente l’angelo buono e l’angelo cattivo, disquisiscono con lui dei pro e contro dell’arte negromantica (intesa come magia oscura, mirata all’appello di creature diaboliche), ma la sete di potere del protagonista si tramuterà presto in ebbrezza e infine delirio.
“Fece così rapidi progressi in teologia e ornò tanto l’ubertoso giardino del sapere, che di lì a poco fu onorato del nome di dottore, superando ben presto quanti provano dolce diletto in disputare intorno alle divine questioni della teologia, fino al giorno in cui, gonfio di dottrina e di presunzione, si spinse al di là del limite suo e allora i Cieli cospirarono alla sua caduta liquefacendo le sue ali di cera. Infatti, datosi alle arti diaboliche e sempre più desideroso degli aurei doni del sapere, s’inebria della maledetta negromanzia. Nulla gli è più dolce della magia, anteponendola alle più grandi gioie.”
(Coro d’apertura del “Dottor Faust” di Christopher Marlowe)
Non è possibile escludere la Magia quando si parla di negromanzia: i rituali sono caratterizzati da rigide e cruente regole utili alla riuscita dell’incantesimo, dove chi lo pratica potrebbe mettere in atto azioni di evocazione alla Morte, sia in modo simbolico che concreto, dedicandosi – per esempio – all’ingerimento di pietanze che rimandano al decadimento e alla morte fisica (pane nero o succo d’uva non fermentato), fino al coprire il proprio corpo con i resti delle spoglie mortali o addirittura mangiarle.
Gli Aghori, la setta sadhu di asceti induisti, sono noti per le loro pratiche negromantiche.
I loro rituali prevedono la meditazione sui cadaveri prossimi al rito di purificazione sulle rive del Gange nella città di Varanasi, la città sacra, e delle cui ceneri cospargeranno interamente i loro corpi: tale rito è necessario affinché l’Aghori possa entrare in contatto col mondo ultraterreno, in una forma di ascetismo estremo (urofagia e coprofagia sono pratiche diffuse nella tribù) al fine di unire il proprio sé con il tutto.
Secondo il culto Aghori, il mondo è un’illusione il cui velo di Maya avvolge e distorce la realtà, dove tutto è un’emanazione di Shiva, una delle principali divinità induiste, e pertanto perfetta.
L’atto di cospargere il proprio corpo con le ceneri dei morti, simbolo di morte e rinascita, è per attirare l’energia racchiusa in tale materia; il medesimo principio è legato alla creazione di utensili ed oggetti ricavati dalle ossa e dai resti dei defunti.
Il Cadavere nella cultura Aghori è un vero e proprio altare cerimoniale: lo “shakti”, ossia l’atto cannibale compiuto durante lo “shava samskara”, ha lo scopo di consumare l’energia vitale assorbendo i “poteri” acquisiti dal defunto nel corso della sua vita.
Nella mitologia greca, coloro che ingerivano il cibo proveniente dall’Ade – il Regno degli Inferi – sarebbero stati condannati a restarci per l’eternità: ingerire cibo nell’oltretomba comportava la reclusione entro i suoi confini e non era possibile fare ritorno al mondo dei vivi una volta che le labbra toccavano i frutti infernali.
Uno degli episodi più celebri di necromanzia nella letteratura classica è quello di Odisseo alle porte degli Inferi (Catabasi): compiendo un rito sacrificale, Ulisse prega le anime dei defunti e offre il sangue delle creature sacrificate affinché i morti comunichino con lui.
La Psicagogia era un rituale attraverso il quale si chiamava l’anima dei defunti per ottenere risposte, dato che nel mondo dei morti “sanno tutto”, ma è anche necessario affinché le anime interpellate possano trovare pace nell’aldilà.
“CORO DEGLI EVOCATORI: Vieni ora, amico ospite, fermati sul sacro recinto erboso del temibile lago. Tagliagli la gola e lascia che il sangue di questa vittima sacrificale scorra nelle oscure profondità delle canne come bevanda per i senza vita. Invocate la Terra primordiale e l’Hermes ctonio, scorta dei morti, e chiedete allo Zeus ctonio di far salire lo sciame di viaggiatori notturni dalle foci del fiume, da cui sgorga quest’acqua malinconica, inadatta a lavarsi le mani, e inviata dalle sorgenti stigie.”
(Pyschagogoi, Eschilo, V secolo a.C)
Gli evocatori (pyschagogoi) invocano attraverso un rito necromantico le ombre (spiriti) dei defunti. La Psicagogia è l’arte di dar pace all’anima dei morti, richiamandoli dal loro riposo eterno per quietare i loro affanni: tale rito è da considerarsi agli albori di quella che diverrà poi la magia nera.
Il caso della Strega di Endor, una necromante che compare nel primo libro di Samuele, nella Bibbia, è uno dei primi accenni della peccaminosità dell’invocare il colloquio con i morti: quando il Re Saul le chiede di interpellare lo spirito del Profeta Samuele, questi ottiene le risposte che vuole ma gli viene altresì confessata la caduta imminente del suo regno; egli morirà tre giorni dopo il colloquio con lo spirito del Profeta.
Usufruendo dell’aiuto di una negromante, il Re compie un grave peccato e per tanto viene dannato.
Altra negromante è Erichto, strega della Tessaglia, personaggio di un poema latino del I secolo:
“Abitava invece nelle tombe abbandonate ed occupava i sepolcri, dopo averne cacciato le ombre, grazie ai favori accordatile dalle divinità infernali: né gli dèi superni né il fatto di esser viva le impedivano di percepire la turba dei trapassati silenziosi, di conoscere le sedi stigie e i segreti del sotterraneo Dite.”
(Phrasalia, di Marco Anneo Lucano)
Tale personaggio è dedito al consumo di carne umana ed ha la capacità di resuscitare schiere di morti dalla tomba.
La Negromanzia è strettamente legata al mondo della fantasia, specialmente nella cultura contemporanea: in alcune saghe fantasy, l’arte negromantica è spesso reclusa a personaggi sinistri o eremiti, che si trovano ai confini del bene e del male, proprio a sottolineare l’aspetto macabro e vagamente sacrilego del disturbare il sonno eterno per questioni mortali.
Nonostante l’atmosfera medievale che l’accompagna, anche oggi nella cultura esoterica ci sono rituali che prevedono il contatto con spiriti defunti e luoghi ad essi inerenti: le indagini del paranormale, attraverso la registrazione di audio detti EVP (letteralmente electronic voices phenomena) – FVE in italiano – permettono di ascoltare la traccia della voce di chi, dal mondo dei morti, risponde alle domande degli investigatori. Eventi di violenza o episodi di prolungata sofferenza sono terreno fertile per cercare EVP utili a confermare l’esistenza della vita dopo la Morte. Gli stessi oggetti posseduti da persone perite in modo tragico o crudele, sono un mezzo attraverso il quale comunicare o cercare contatto con il mondo ultraterreno. Numerose leggende e voci popolari ancora raccontano delle presenze sovrannaturali che albergano in alcuni luoghi dove sofferenza e oscurità hanno mietuto vittime le cui grida e lamenti sono ancora udibili nell’eco degli ambienti che furono testimoni del loro triste destino.
In quanti modi l’uomo ha risvegliato o richiamato i morti dal loro sonno eterno? Nonostante la sua peccaminosa e grottesca natura, la negromanzia è qualcosa che tenderà a sparire? Oppure resterà parte del culto umano che viene tramandato nell’ombra? La custodia di resti umani e l’utilizzo di ossa per realizzare elementi votivi sono alcune delle forme di Negromanzia contemporanea, una forma d’arte che rievoca sentimenti ancestrali del bisogno dell’essere umano di interrogarsi e di accogliere la Morte.
Il Memento Mori ed il culto della Morte che si diffonde nella parte più recondita e silenziosa della cultura odierna è frutto di una kanzel kultur rilegata alla Morte stessa.
Di fronte ad un orizzonte incerto e mutevole, la Morte è l’unica certezza e l’unico oracolo dalla quale è possibile trarre risposte concrete.
Come all’alba di un nuovo esistenzialismo fondato sulla consapevolezza della finitudine umana, la Negromanzia del XXI secolo interroga la Morte stessa, cercando le risposte alla Vita che il mondo, in tutta la sua “innovazione”, non è stato ancora in grado di rispondere.
Fonti:
Negromanzia – Wikipedia
La necromanzia di Erichto: un rituale di magia nera – Lorenzo Manara
Aghori, La Tribù Cannibale Dell’India – Midnight Factory – Il Male fatto Bene
La Necromanzia, l’evocazione degli Spiriti. – Necrologi Italia, il Blog

Articolo a cura di Mortuary Street
Foto: Scena di Necromanzia, Giovanni Battista Tiepolo


Lascia un commento