Melancolia (2019), Mircea Cărtărescu: la scoperta del sacro femminile

"Woman in a butterfly costume" by simpleinsomnia

Se il mondo smettesse la triste tendenza di rendere produttivo ogni diletto, strumento di rivalsa ogni più piccola lodevole attività, si potrebbe persino scoprire un autore come Mircea Cărtărescu e rendersi conto di quanto una letteratura viva, priva di ogni tossicità legata a schemi ormai obsoleti, sia ancora possibile.

Una letteratura tersa in cui ancora una volta le associazioni campeggiano come ologrammi arabescati che parla con una delicatezza proveniente da lontano, nel tempo e nello spazio, ma con il linguaggio della modernità nascosto in immagini poetiche che quasi mai appaiono casualmente, per un mero impulso all’estetica o per una bellezza intrinseca, priva di un sostrato concettuale o fine a sé stessa.

Probabilmente tentando una linea interpretativa potrei anche io cadere nella trappola della produttività e della letteratura funzionale al messaggio, non becera quanto la musica asservita al sociale,  anche se neanche provandoci l’opera perderebbe un Ampere della sua forza magnetica.

Melancolia, (2019, La nave di Teseo) di cui uno dei sinonimi è spleen, il sentimento cantato dai poeti maledetti, è un viaggio che non finisce perché privo di uscite, come l’infanzia che di fatto non termina, ma trasfigurando in un essere (auspicabilmente) più avanzato, in assenza dell’inganno della sequenziale razionalità, porterebbe con sé  nel processo di crescita, quel bambino che, pestifero o meno, non ci abbandona mai veramente del tutto.

L’inganno della raccolta di racconti è palese, ma non da subito, perché filo che li unisce non è solo il sentimento, diversamente declinato che dà il titolo all’opera, ma di nuovo, nei frammenti, dopo Solenoide, la ricerca pedissequa della riconferma di quel mondo oltre dominato da vivide visioni oniriche, anfratti segreti in cui giacciono giganti di marmo e simulacri di persone divinizzate, tramite dettagli in cui tutti i protagonisti si imbattono, altro non sono, in realtà, che la visione sfaccettata che il loro creatore ha di sé stesso. Sono numerosi gli aspetti da metabolizzare alla fine della lettura di questo libro. La goccia d’ambra in cui sono racchiuse le atmosfere ed i personaggi, innestati in un mondo in cui le leggi che lo dominano sono di carattere scientifico legate ai processi biologici, richiamano ad un sapere antico, in particolare alla concezione medievale dell’umore che racchiude e dà il titolo all’opera.

La danza. Il tentativo di abbandonare questo mondo scontrandosi ripetutamente col corpulento guardiano alle frontiere del reale, che fin dal principio assume i connotati dello stesso che prova a varcarla trovandosi al cospetto di una figura che è un sé al rovescio, pertanto capace di anticipare tutte le mosse come in uno specchio che non si frantuma nemmeno sbattendoci contro la fronte.

«Come nevica la sorte?»

Una delle domande trovate da Marcel, protagonista del racconto Le volpi, nel quaderno della volpe descritta come la personificazione della melancolia, viene ritrovata poi da Ivan, lettore ossessivo di poeti morti, protagonista del racconto Le pelli, quando nel tentativo di di leggere la scritta al monumento celebrativo del poeta Vasile Voiculescu, il cui unico componimento riguarda la Solitudine e l’incontro con la sua personificazione, scopre un passaggio segreto per discendere al centro della terra in una basilica dai pavimenti di  malachite, che ancora una volta non viene posto casualmente, poiché il minerale nel suo linguaggio esoterico rappresenta l’avvertimento di un pericolo, un amuleto protettivo che incrementa lo stimolo alla conoscenza e lo spirito d’osservazione, migliorando la capacità critica e decisionale. Qui si trovano  le tombe di cristallo di poeti e poetesse che recitano per l’eternità con il loro labiale, immersi in un liquido lattiginoso, i versi che hanno permesso loro l’ascensione alla gloria poetica. Diversi aspetti dei racconti precedenti finiscono per miscelarsi in un magma ialino che si rimesta in una spirale.

Come si esce? 

In un mondo che alla base della crescita umana ha la metamorfosi degli insetti, questa si rivela l’unica strada percorribile. Ma ci troviamo nel claustrum di Ivan in cui scorrono quattro fiumi dalle torbide acque perenni recanti quattro neurotrasmettitori, serotonina, adrenalina, dopamina e acetilcolina,  dunque la risposta chiara riecheggia in riverberi: è dall’interno che parte ogni processo di cambiamento.

I maschi ne subiscono una eterometabola liberandosi dell’involucro del derma ogni volta che una fase della crescita giunge al suo termine.

Ivan, (Le pelli) nonostante l’abisso che lui stesso interpone tra sé e il mondo non è distante da ciò che anche i suoi compagni ossessivamente si chiedono: dove sono le pelli delle donne?

Il momento in cui il sesso, mentre si scorge in sé, parte alla ricerca dell’altro da sé. Non differisce in questo Dora, il ragazzino dai minuscoli seni, la ragazzina fulva che abita la corte fatiscente che perde pezzi di intonaco farinoso ad ogni passaggio del tram sulle rotaie, dalle tettoie Art Nouveau, che appena in confidenza con Ivan gli chiede di mostrarle le sue pelli al successivo incontro. La domanda della ragazza scuote il ragazzo che prova una forma di ritrosia molto forte, e questo dimostra il peso della domanda tutt’altro che innocente o stramba. L’incontro, seppur rimandato, avviene, e in una poesia densa del tempo vissuto potremmo ravvisare un primo incontro intimo, termina con una passeggiata in cui Dora gli annuncia che sarebbe meglio se smettessero di vedersi.

In un abisso di solitudine reso ancor più profondo da quell’attimo di felicità intensa, data dai frequenti incontri con la ragazza, Ivan, in un tu per tu con la sua angoscia, all’interno del suo claustrum, in una visione onirica, fa i conti con i suoi idoli tornando alla basilica delle tombe di cristallo: ogni poeta e poetessa liberandosi dal liquido lattiginoso gradualmente si libera dalla sue spoglie e dotato di ali di farfalla colora l’aria diafana col suo volo: non esistono più le poesie. Ogni cosa è poesia.

In una delle tombe c’è anche Dora, che gli chiede di fare ritorno da lei.

Risvegliato ritorna nella stradina delimitata dalle viole per tornare alla corte dove per la prima volta attraverso il cancello la vista di lei si era offerta ai suoi occhi.

Le ragazze non hanno pelli stipate negli armadi, esse mutano una sola volta: restano chiuse per un tempo infinito in una stanza della casa di cui nessuno è a conoscenza e quando ne fuoriescono non sono mai uguali nelle sembianze che avevano in precedenza. Il processo che porta le bambine a diventare donna è una metamorfosi olometabola tipica nel bruco che diviene farfalla, a differenza dei maschi che ne subiscono una eterometabola liberandosi dell’involucro del derma ogni volta che una fase della crescita giunge al suo termine. L’autore associa le ali di farfalla alla poesia e sono le stesse che spuntano dalle scapole di Dora alla fuoriuscita dal bozzolo a cui Ivan assiste, di un blu elettrico così intenso da restare attaccato alla retina anche quando si distoglie lo sguardo. Le ali vengono poi riassorbite dal suo corpo prima che la metamorfosi  giunga al suo compimento.

Il bambino, immerso nel suo viaggio traversando le sue fasi, prima cinque, poi otto anni, con un sostrato favolistico preponderante, poi quindici, in vari richiami simbolici stratificati all’interno dell’opera diviene ragazzo apprestandosi a divenire uomo, ammaliato e turbato dalla realtà ingannevole, un sogno più confuso e sbiadito, divinizza la sua genesi, i suoi genitori che lo mettono al mondo, e reso curioso dal suo corrispettivo femminile sceglie di inglobare in questa l’eco invisibile di un poetico volo di farfalla che si riassorbe al suo interno.

Nella scoperta del sacro femminile che si staglia davanti agli occhi attoniti, in una visione abbacinante, romanticamente assorta nel campo delle idee e delle loro associazioni, nel mistero dell’altro permeato in cui il sistema di valori di ampio respiro nel genere e nella concettualizzazione intorno ad esso si libra in vedute ariose larghissime.

Una poesia che non dovrebbe allontanarsi mai dal fragile cuore umano, per sempre abitare la sua cupa e buia anima.

Se l’Io prigioniero del racconto che chiude l’opera potesse giovare di una nuova metamorfosi, potrebbe, con le sue ali di farfalla, liberarsi dal labirinto, superarlo agilmente librandosi e volare via per il vasto mondo libero dalle prigioni stratificate che occultano all’uomo l’essenza della vera visione vivendo appieno la sua condizione di individuo spiritualmente libero.

Ssovrappensiero

Articolo a cura di ssovrappensiero


Foto: “Woman in a butterfly costume” di simpleinsomnia


Rimani Co-involto!

Iscriviti per ricevere aggiornamenti sui tuoi argomenti preferiti!

Lascia un commento

Rimani Co-involto!

Iscriviti per ricevere aggiornamenti sui tuoi argomenti preferiti!