Dev’essere un così grande tripudio?
Vorace, ma lento; così ardente, freddo. Molle il sospiro in quella stanza, coperta di polvere mossa dal rancore dei passi, dall’intenzione che convoca azioni mai vere.
Quali le motivazioni?
Su quel davanzale assolato, dove cinguetta l’acqua che scende dalla grondaia per vergare il bordo d’alluminio, cosa resta? Di tutto quello che c’era, cosa resta?
Ma il passato torna, torna eccome; imperante. Non è questione di tempo, certamente, quanto più di preparazione, di istanti, di impercettibili suggerimenti. Quel passato non è altro che un violento presente, con troppe coincidenze, un ricordo mai costruito, uno squarcio della coscienza insofferente.
Rose ovunque, di ogni colore, senza profumo:
«Prendimene delle più belle!»
Come si fa a scegliere una rosa bella? Perché proprio le rose, mi son sempre chiesto.
Davvero è un così grande tripudio?
Gronda ancora quel rimasuglio di pioggia, scivola ormai; la mia mente è altrove. Sei sempre stata troppo sicura di te o fingevi di esserlo. Stiravi le labbra lungo le guance preparandoti alla recita e i tuoi occhi andavano perdendosi nel candore del cielo. Tutto qui? Ora, che non posso guardare nessun altro senza cercare quegli occhi? È come essere soli al mondo: tu ci vivresti? Molti giurerebbero che sia un bel posto, ma fuori delle nostre esistenze, qui non vi è che roccia, vegetazione e forme di vita che rimarrebbero ignare del nostro abbandono.
Picchietta ancora il tuo stivale contro il basolato del parco. Mi accorsi che quella era vita solo per mancanza di volontà: deposta ogni potestà, finalmente, mi abbandonavo a te, al caso, senza più noumeni o fenomeni, forze e decisioni.
Davvero?
«Fallo pure; io non credo d’essere più vera e sicura che in quest’istante. Andiamocene una volta per tutte.»
Siamo partiti ma per andare dove? Camminavi a passo svelto, quasi volessi allontanarti già, eppure restava a legarci quel profumo, dolcissimo, quasi nauseabondo convivendoci per più di qualche minuto, ma che tu riuscivi a vestirtene trasformandolo in una perla. Sapevo bene che lo indossavi solo per farti piacere: te lo avevo mostrato io in quella vetrina, chissà quante vite fa.
«Scendi, dobbiamo parlare!»
«Te ne prego: non chiudermi in questa gabbia.»
«Hai ben capito dove va a finire la storia.»
Lì, sotto quel bagliore galleggiante curvato dalle foglie, giunse un gruppo di persone, agghindate alla meglio, come recantesi alla prima di un teatro rinomato, ma di provincia, non uno di quelli che richiede oreficeria.
«L’avete vista?! Poco fa. L’avete vista?»
Nonostante la piombante mia petulanza, credo d’aver avuto uno sgomento più grande del loro sul mio viso. Ci avresti mai creduto?
Questa è la pazzia nella quale consumo le mie giornate. Avevo a lungo desiderato d’essere amato e di amarti, di annullarmi totalmente, sparire definitivamente dal mondo; credevo possibile rendermi così piccolo davanti alla tua voce. Mi bastava solo il tempo dei pasti, per tornare poi al digiuno delle emozioni. Mangiavo e restavo emaciato, crescevo, ma ero piccolo, la mia carriere diventava promettente, ma ne ero sempre più scontento.
«Sei così dolce.»
«Mi perdoni?»
«Così… dolce.»
«Sta scherzando, dice a me?»
«Sono io. Davvero!»
«Sei tu? Eri lontana e già sei qui?»
«Lo vuole il dolce o no. Altrimenti le porto il conto.»
Avrei giurato che…
Giurare non era mai bastato con te, odiavi le parole, soprattutto quando celavano la perentorietà del pensiero o se chi le diceva aveva fede nell’aver espresso il didentro:
«Mi basta guardarti per parlarti e capirti. C’è bisogno di tanto fracasso?»
Ancora ho le tende scostate nella camera da letto, aspetto che giunga la luce marmorea della notte per pensarti. Non bastavano solo i tuoi occhi, ma hai deciso di affidarmi anche quel sapore cristallino. Era rimasto poco spazio alla corporeità, eppure, eri lì: pareva mi chiedessi cosa dovessimo fare.
«Non facciamo nulla. Guardiamo la luna. Io non posso muovermi.»
«Non puoi farlo se non te lo dico io. Se ti dico di muoverti, lo farai.»
«Come vedi sono legato dalla testa ai piedi alla tua volontà.»
«Allora, baciami.»
È l’equivoco dell’atto: credere di far qualcosa, ma scoprire d’averlo già fatto, senza ricordarsene. Infatti, non ricordavo di averti mai baciati, o di essermi innamorato di te. Ora, ne sono certo.
«Hai troppa sensibilità caro; lascia che il tempo curi questa ferita.»
«Sì. Sai, però, com’è la questione…»
«La ben so.»
«Ti ringrazio della tua amicizia, ma crollo a terra biasimato.»
Tutto in me era motivo di biasimo. Tu che ne dici? Potevano gli altri credere che non desideravo affatto tornare indietro, vivere a ritroso le nostre vite, rincontrare tutto quello che siamo stati. La mia disperazione era tutt’altra cosa: tanta follia, solo per una domanda.
Bel tripudio!
«Ora che è successo, fermati un istante.»
«Cos’altro hai da chiedermi?»
«Toglimi di dosso i tuoi occhi, strappameli. Non posso vivere così.»
«Lo vuoi veramente?»
«Più di ogni altra cosa.»
Non si può: una volta che si è amato, non si può più non amare. Questo è il guaio.
Dev’essere proprio un gran bel tripudio!
Marco Mariani
Foto: “Faceless woman on the beach” di simpleinsomnia


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