Disertare la morte: se la bestia non incontra il sublime

"The Occupation of Egypt--Sleeping (1911) - TIMEA" by Sladen, Douglas Brooke Wheelton, 1856-1947

Il sentore dell’oltre che si inerpica come palinsesto del reale e il dubbio che il vero palinsesto sia il reale: una folata di Dio, lo spirito che aleggiava sulle acque, potrebbe frantumarlo, incenerirlo, polverizzarlo.

Fiore del caso o uccello fascinoso
Parola tremante nelle reti della poesia,
Il tuo nome, come il destino, arriva,
Il tuo nome, amore, il tuo nome che nasce
Da tutti i colori del giorno!❞ 

Alexandre O’Neill, Nel Regno di Danimarca, 1958

Il Sublime, come concetto filosofico, si distingue dal bello, e indica l’oggetto di contemplazione che  risveglia valori etici nel soggetto.

La verità è che il sublime può accompagnare ogni oggetto e soggetto e spingerlo verso una dimensione subliminale che Garzanti definisce afferendo all’ambito psicologico come una sensazione che rimane al di sotto del livello della coscienza, in una regione liminale, da soglia, come un fatto o fenomeno al livello della soglia della coscienza e della percezione.

Quando il sublime incontra il reale non può che scontrarcisi: lati posti a forza come facce della stessa medaglia, entrambi possono vivere a prescindere dall’altro senza venire mai in contatto, eppure interconnessi: una vita di solo sublime diventa un rischio che espone chi la vive, in questo mondo, a tutto ciò che la malafede può fare. Sarebbe come vivere la vita osservandola da occhiali deformanti che non tengono conto del resto. D’altro canto, una vita composta di solo reale, nel confronto sembra preferibile perché la conoscenza cinica e distaccata di questo mondo può evitarti molte delle trappole che si parano innanzi agli individui immersi nella vita materica. Il rischio è l’abbrutimento definitivo, è la caduta potenzialmente tragica ad ogni smottamento, nonché l’esaurimento della scorta di fantastica resilienza che tiene uomo, canna al vento, in piedi contro le tempeste. 

Se questi due lati dell’umano rimanessero soli e separati in ogni essere che li sceglie come modus vivendi, spesso anche inconsapevolmente, se non vi fosse mai questo scontro, non vi sarebbero rivoluzioni, perché è attraverso questo scontro che esse possono aversi. L’idea e la sua esistenza, il fatto che possiamo immaginarla, per quanto lontana, utopica, la immette nel regno del possibile e abitandoci, possedendoci riesce a cambiare ogni cosa.

E Rivoluzione, per quanto la parola possa recare in sé l’associazione ad un senso politico, attiene ai campi dove sia possibile attuarla: tutti.

La fame del corpo schiavizza l’uomo ed è la prova che l’uomo come il più grande dei parassiti che calpesti il suolo terrestre, non sia in sé, per sé autosufficiente.

L’unico luogo dove l’uomo è invincibile e non necessita di nulla è il sonno, in quel lasso di tempo cosparso di frammenti di memoria che raramente raggiungono la superficie del ricordo diurno può essere finalmente raggiunto dalle energie invisibili che gli si avvicendano, se le porte del sonno reale non hanno fatto fortezza, proteggendo l’individuo da una individuale spiritualità; e la morte rappresenta il luogo dove la coscienza continua a vivere mentre la prigione che giace privata dell’afflato vitale, è ancora soggiogata alle leggi di natura nutrendo la terra coi suoi resti corrotti dalla putrefazione.

L’uomo si aggrega per ottenere ciò che da solo non riuscirebbe ad avere.

Il dilemma della società, della socievolezza dell’uomo: reale vocazione di specie, o dinamica di sopravvivenza? E come ogni cosa strumentale rappresenta dei punti patologici. Alcuni associazionismi microscopici e macroscopici hanno decretato un cambiamento delle dinamiche personali individuali, e finanche decretato la fine di molte epoche. 

❝Ogni gregarismo è il rifugio della mediocrità❞

Dell’uomo come animale da essere vivente nella natura si trasla direttamente nella storia creandola, ottenebrando le sue memorie animalesche che restano sepolte in anfratti, che tracimando all’esterno in pochi sbocchi violenti, ne determina la disgiunzione perpetua, rompendo il patto con la natura.

L’unica cosa che lo eleva attiene alla sua coscienza, alla spiritualità e all’intelletto e poi ad un fatto incidentale esterno: l’amore. Non l’amore universale, raro, utopico, che solo i pazzi e i santi possono riuscire ad esprimere e concretizzare in azioni significative, mi riferisco a quello diretto e dedicato ad un unico essere.

❝Il dono dell’amore è come ogni altro dono. Può essere grande quanto vuoi, ma non si rivelerà mai senza illuminazione. Con noi invece, è come se ci avessero insegnato a baciarci in cielo e poi, ancora fanciulli, ci avessero mandati a vivere sulla terra, contemporaneamente, perché mettessimo alla prova l’uno con l’altro questa capacità. È l’apice di una compatibilità senza gradazioni, in cui nessuno è superiore o inferiore, un’equivalenza di tutto l’essere, con tutto che genera gioia, con tutto che si rianima. Ma in questa tenerezza selvaggia, che sta sempre in agguato, c’è qualcosa di fanciullescamente ribelle, di non permesso. È una forza arbitraria, distruttiva, contraria alla pace della casa. È mio dovere averne paura e diffidarne.❞

Queste possibilità sono tra le più insidiose e dolorose insieme. Chiudersi a queste rappresenta il più grande fallimento del genere umano. Come il potenziale di un libro ancora racchiuso nel cellophane rimasto su un comodino, o indagato superficialmente. Chiudersi all’amore semplificare troppo ogni cosa in cui si imbatte è una limitazione e una sconfitta di proporzioni mastodontiche. La paura di per sé forza conservativa dell’istinto diviene limitazione, che nel proteggere la coscienza dall’acuta sofferenza dello scontro con altre anime, indirizza l’uomo a privarsene o a costringerlo in forme surrogate di quella declinazione assoluta, frutto di quella semplificazione, che ogni essere dovrebbe esperire con coraggio. L’unico sublime che ci è dato insieme alle potenzialità esperibili dell’intelletto e della creazione artistica. In un’epoca dove a fronte di una connessione maggiore siamo tutti portati ad una maggiore individualità che finisce per produrre solitudini, come lo stesso Cocteau presagiva nel suo diario di essudazione dell’oppio (da Oppio, edizioni SE) le uniche energie per far fronte alla bruttura sono rappresentate dallo spirito e dalla coesione che si crea con quel legame unico che è l’amore. Renderlo strumentale, diffondere con la pratica un concetto di sentimento sottoposto a leggi sociali ed economiche, ci porterà via via ad una destituzione dell’uomo sempre maggiore.

Perché dormi anima?

Perché ti ostini in questo sonno di vetro dove le voci che ti chiamano restano ovattate sul fondo inascoltate? E chi chiamano poi? La crosta, quello che la abita, o la forma impressa nelle tue immagini aboriginali che ti ostini a ritenere tua?

Brevi fruscii arrivano alle tue orecchie, non riescono a produrre moto o reazione, e neanche risposte.

Cosa potrebbe mai svegliarti?

❝Alla gran maggioranza di noi si richiede un’ipocrisia costante, eretta a sistema. Ma non si può, senza conseguenze, mostrarsi ogni giorno diversi da quello che ci si sente: sacrificarsi per ciò che non si ama, rallegrarsi di ciò che ci rende infelici. Il sistema nervoso non è un vuoto suono, o un’invenzione. È un corpo fisico, formato da tessuti. La nostra anima occupa un posto nello spazio e sta dentro di noi come i denti nella bocca. Non si può impunemente violentarla all’infinito.❞

La paura di un risveglio brusco. La paura di un’anima affine. La difesa infine dall’amore. Una domanda che non trova risposta è figlia di un timore o di una diffidenza. Abbiamo paura che un uragano possa sconvolgerci e non trovare mai più riparo nemmeno in noi stessi, un luogo buio che raramente si ha voglia di scoprire e mettere a nudo. Quanti sentire segreti ci rendono colpevoli di fronte al mondo che vestito della sua aura di civiltà fatica ad accettare. Chi si scopre ha un vantaggio che chi si maschera ben conosce: il lusso di non avere il peso ulteriore della maschera che indossa.

Un essere impoverito che non vede altro che ciò che si vede. Privato del suo punto di vista non può che generare la bestia moderna, un diagramma piatto di sentire omologato, permeato dal presente non più capace di estromettersi dalla storia. Incapace di produrre ancora il sublime perché timoroso ad incontrarlo.

E che dalle mani escano gesti
di trasformazione pura
Fra il reale e il sogno
saremo noi la vertigine

Alexandre O’Neill, Tempo di fantasmi, 1951

Fonti
I virgolettati provengono da “Il dottor Živago”, Borìs Pasternàk, traduzione di Pietro Zveteremich (Feltrinelli editore 2002)

Ssovrappensiero

Articolo a cura di ssovrappensiero

Foto: “The Occupation of Egypt – Sleeping (1911) – TIMEA” di Sladen,
Douglas Brooke Wheelton, 1856-1947


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