Confini spettrali: sfumature di morte

"The Chess Players" by The Metropolitan Museum of Art

Memorie personali e viaggi letterari. “Dall’inferno” di Manganelli a partire da segreti miracoli borgesiani.

Un uomo sta per essere giustiziato, e nella notte che precede il giorno della sua esecuzione per fucilazione, raccogliendosi in preghiera chiede a Dio di poter avere il tempo necessario per ultimare l’opera letteraria che ufficializzerà il suo passaggio sulla terra, dato che non vi è altro modo, per lui, idoneo per legittimare la sua esistenza. Iddio esaudisce la sua richiesta donandogli un anno. Egli morrà ugualmente giustiziato dai colpi dei fucili degli ufficiali il giorno e l’ora prestabiliti.

A parte lui nessuno sa che in un istante egli ha vissuto 12 mesi, che per 365 giorni egli è stato nel pieno della sua attività e allo stesso tempo morituro.

Davanti al plotone d’esecuzione il tempo si arresta, arrestando la goccia di sudore che gli attraversa la tempia per quell’anno concesso che non è mai avvenuto nel tempo storico.

Quella goccia che riprende la sua corsa sulla sua fronte sarà il segnale che l’anno si è concluso. Una parentesi di coscienza altrove, una finestra in cui l’uomo vive. 

Nel nucleo denso della possibilità dove tutto può concretamente aversi, tutto è nel pieno del suo poter essere: dentro possiamo metterci ciò che vogliamo, o nell’ottica dell’imprevedibilità e di una volontà superiore, potenzialmente può accaderci di tutto.

Una prigione delimitata da sé stessi, è la visione che mi rapisce e mi pone innanzi problematiche di varia natura.

Vagolanti in noi stessi distruggendoci e ricomponendoci in tutto: vermi, larve di  mosche, e divenute mosche, volare via, ma restare pur vaganti e ansimanti nell’angusto inferno sito all’interno della nostra materia cerebrale. Perché se qualcosa occupiamo, di sicuro non è il corpo.

Una simulazione di morte spesso può essere la vita.

Un cerimoniere astuto ci pone l’inganno del gioco che il quale non è altro da una vita declinata che potrebbe essere soggetta alla trasfigurazione della morte perché si può respirare pur non essendo in vita.

Come esemplari diversificati di Antonius Blok giochiamo la nostra partita a scacchi con la morte. Inutile darsi pena. La maggior parte di noi la perderà, perché l’eternità non è un soffio che ama distribuirsi in parti uguali. È selettiva, menefreghista, capricciosa.

Cos’è l’eternità? 

«Se ti dico: tra la tua condizione attuale, quale che sia, e la tua felicità; tra la tua saggezza attuale, qualche che sia, e la conoscenza perfetta, deve trascorrere un minuto – né più né meno di un minuto. Se ti dico questo, ti ho dato la misura esatta dell’eternità. […] Se il minuto viene affrontato attraverso lo spessore, è infinito: un cristallo di tempo, impenetrabile. L’eternità dura un minuto: capisci? L’eternità è essere vicini, vicinissimi.»

«Quest’altro nome altro nome della vita un po’ più intenso.» scrive Pasternàk, in riferimento all’immortalità.

Avrei potuto giacere in quel lago rosso per sempre, con le nascenti sembianze della morte, e quel profumo che sfumando permaneva nelle mie narici che avevano scelto di non sentire il vapore ferroso che aleggiava nell’aria.

Invece il respiro increspando quel fluido denso fece scorgere all’occhio esterno la vita in me. Il silenzio per risposta e un respiro reiterato dall’ansia affannosa data dal pensiero del distacco eterno.

Fui sola per un tempo incalcolabile, ma poi, quando con sollievo indicibile degli astanti, a fatica fui raccolta, una parte di me rimase con la morte.

Non accadde di nuovo. Nessun altro poi mi raccolse quando ne avevo maggiormente bisogno.

Innestata nel gelo delle mie memorie di un aprile baltico eterno. Nessuno verrà assolto da questo gelo da cui nessuno ha potuto trarmi.

Che cos’è la dannazione?

È aver nostalgia, sentire una densa, corporea mancanza di qualcosa che non può più esserci. 

Cosa potrebbe essere? Il nulla imperituro.

Come la morte è morte a diversi livelli, così la notte delle dieci di sera non è vera come quella a cui si perviene alle due o alle quattro, che non a caso viene definita “del mattino”.

Labile confine tra esser vivi ed esser morti, e sentirsi vivi pur essendo morti, e morti essendo vivi.

Come pensare all’inferno? Da dove salta fuori questo non luogo di cui sembriamo serbare l’idea da sempre? Vi abbiamo forse soggiornato per un tempo imprecisato?

La pena ultima di una vita di nefandezze praticate nella vita di questo mondo che ci ostiniamo a considerare l’unica vita possibile di cui abbiamo più o meno goduto intimamente.

La Suburra come luogo ultimo e il simbolismo di un cerimoniere/guida senza il quale una bambola non potrà mai donare a chi precedentemente la ospitava, le sue ali di cuoio per raggiungere un trono tra uova di angeli non ancora dischiuse.

Un’ampolla immersa in una caligine spettrale dove il vetro non lascia trasparire che gelide luci d’ospedale. Un burrone da saltare, un viaggio oscuro che sembra non avere meta perché questa si dispiega di volta in volta spostandosi più avanti.

Il feto del dio dormiente che non nascerà.

Sarebbe troppo semplice ridurre tutto questo ad un sogno da analisi psicanalitica anche se molti simboli lo fanno supporre.

Il vuoto che ognuno di noi si porta dentro e la dottrina infernale la quale dice per bocca del Prof. Anfesibena che l’inferno non è un luogo e che pertanto è ubiquo e discontinuo. Ogni luogo può esserlo. E seguendo Calvino nelle ultime battute de “Le città invisibili”, l’esistenza stessa dell’inferno conferma la visione discontinua di questo, seppur dubbiosa, ma in un’ottica di indubitabile luminosità data dalla scelta di lasciarlo o meno compenetrare in noi.

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo esce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino a non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.»

La verità è che non sempre possiamo uscirne e non sempre una scelta è possibile. Un legame, questo tra Manganelli e Calvino, intuibile dall’appartenenza di entrambi al gruppo ‘63.

Ma anche se inferno non fosse quello che attraversiamo, di molto lo ricorda soprattutto nella parte finale, dove se anche la richiesta di essere sindaco della suburra, città dove il dolore è delizia, non fosse una trappola del dio dormiente che rompe per sempre la fase stantìa di un viaggio nella sterilità della nostra anima, la decisione di fuggire dal luogo dove la nefandezza è motivo d’onore, sarebbe comunque un barlume di salvezza (cattolicamente intesa).

Un inferno apparentemente laico dove l’idea dell’Istituzione che l’ha ufficializzato esiste solo figurativamente. Laico perché non conseguenza di una vita dissoluta. Un luogo, sulfureo, spurio, liminale di sé stessi, un’atmosfera palpabile, asfissiante indirettamente relegata al bene al male.  

L’Io non è certo di esservi, né d’esser trapassato. Aspetto, in ogni caso, di cui l’autore non sembra darsi pena o attribuirsi colpe oggettive per esserci finito. 

Un’idea istintivamente permeata dal senso del negativo reso in brutture e visioni sfinteriche di un regno della vita perennemente abusato e messo in scacco. Tutto ciò, a parte gli effetti speciali da ghiaccio secco, mi allontana dalla zona liminale e mi riconduce diretta al centro della Terra, coi piedi saldamente piantati al suolo. Non ci sono voli della mente. Essi sono finiti, giunti al termine.

Ssovrappensiero

Articolo a cura di ssovrappensiero

Foto: “The Chess Players” dal Metropolitan Museum of Art


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