La produzione di una poesia erotica dovrebbe essere, a ben guardare, una delle attività più immediate e naturali per un essere umano, basterebbe attingere ad un bagaglio di ricordi e sensazioni esperiti, per poi raschiare il fondo dal barile della passione, e le sensazioni corporee, forse indescrivibili, nel gesto più naturale che all’uomo sia concesso per esperire il piacere, se non dall’animalità più dolorosa, straziante per rimescolarvi dentro i bassi istinti, le brutture sinistre che popolano l’umana psiche, quelle da cui il pensiero dominante ancora distoglie lo sguardo con disgusto, come se ci fosse in fondo altro modo per praticare l’incontro con un corpo, senza che questo non provochi lo scandalo ipocrita di chi nell’allontanarsene sente internamente il prurito primordiale.
Witkiewicz pittore, critico, filosofo e autore teatrale è, secondo Witold Gombrowicz e Bruno Schulz, il massimo esponente delle avanguardie in Polonia. Pur essendo in attività contemporaneamente alla diffusione delle avanguardie degli anni ‘20, venne scoperto in patria solo dopo il 1956, anno in cui le sue opere vennero private del veto per la loro fruizione.
Insaziabilità, ripubblicato nel 2025 da Wudz Edizioni, dopo l’edizione Garzanti “I grandi libri” del 1973, è un romanzo distopico che risente fortemente delle concezioni dell’autore riguardo alla vita, all’arte e del suo pensiero riconducibile al decadentismo. Coi suoi personaggi iconici e indimenticabili, l’alienazione, i problemi, tuttora vitali, sollevati da un funesto pericolo di omologazione e la bieca individualità, ne fanno un gioiello letterario imperdibile, analizzabile sia orizzontalmente dal punto di vista del linguaggio e della tecnica, che verticalmente per i concetti che vi sono espressi.
Questo libro non è poesia, ne è intriso, anche se i vapori mefitici che esalano da una mente corrotta come quella del barone Genezyp Kapen de Vahaz si mescolano con la melma metafisica di una natura crepata dalla schizofrenia e Irina Vsevolodovna è sì, una donna intellettualmente libera, che sfugge alla piatta noia di un matrimonio asfittico, e che per non sciupare gli ultimi anni della sua giovinezza si diverte a traviare i giovani ragazzi vergini, ma attiva in campo politico, veste la sua perversione con l’intento di una missione sociale volta alla formazione dell’uomo nuovo polacco. L’angelo della dissoluzione, la diavolessa, lontana dalle fascinazioni di un romanticismo aulico affonda i suoi artigli manipolatori ben limati e laccati nel fango di un’atmosfera da romanticismo nero, dove il demonismo la fa da padrone, quel demonismo che, come per un frivolo gioco di seduzione, corrompe e manipola la giovane anima e corpo di un ragazzo appena diciannovenne portandolo ad estrapolare da sé, portandolo sulla superficie della carne viva, il suo ospite, il malvivente sepolto nella fondo del suo essere crepato da un’incipiente schizofrenia (sdoppiamento), mentre dalla finestra mosaico del bagno, in cui lei lo ha rinchiuso, osserva, masturbandosi da una sedia il crudele incontro e i successivi amplessi con un altro degli amanti di lei, il cugino di Genezyp, Toldzio.
L’orrore metafisico nel percepire il mondo come un’angusta prigione, delimitata dalla volta celeste, filtrata dalla visione mescalinica di uno schizofrenico, il cui stato s’aggrava nel corso della narrazione, una volta sondata la sua natura, fino ad arrivare al suo primo delitto, nell’«impossibilità di oltrepassare i confini del proprio io». La democrazia come la più grande menzogna teorica e la delirante insaziabilità declinata per ogni campo dell’essere: esistenziale, come «effettiva infinità esistenziale», della lussuria, della boria di potere, l’insaziabilità dell’ispirazione nella creazione artistica. Nell’insondabile profondità dell’essere sradicato in un’epoca agli sgoccioli, in «un bordello metafisico» l’insoddisfazione che in un senso di finitudine serpeggia cozzando con la «spasmodica volontà di vivere» in una Polonia minacciata da una prossima avanzata cinese, la quale aderisce inerme al culto di Murti Bing che per ammorbidire gli animi manda avanti il suo emissario Dzewani a spacciare le sue pilloline di Davamesc B2, una sostanza che nullifica la volontà e il desiderio per inginocchiare il paese dall’interno, a partire dall’esigua depotenziata aristocrazia.
Genezyp diviso in sé stesso nella sua doppia natura, da un lato il bambino che sognava di liberare i cani in catene, gradualmente, ma velocemente ridotto al silenzio dall’assassino incapace di provare empatia, muove i suoi passi nel mondo lasciandosi trasportare da ogni donna che incontrerà. Pur essendo intriso di concezioni fortemente misogine, ogni donna, incontrata avrà per la sua psiche il peso di svelare ai suoi stessi occhi, e la stessa emersione sempre più prepotente del suo ospite oscuro, che come un demone, via via prenderà il sopravvento fisico e psichico sul suo corpo, portandolo alla totale assenza di sentimenti e desiderio.
La base storica, le acque melmose dentro le quali nuota il possibile uomo nuovo polacco, proviene da una supposizione dell’autore che prevede un’invasione cinese dell’Occidente, sottomettendolo culturalmente partendo dalla Polonia, e mentre lo fa, delinea il profilo del Capo la cui figura, assimilabile al maresciallo Jòzef Pilduski, che instaurò in Polonia il regime di Sanacja (risanamento), è la perfetta incarnazione del totalitarista accentratore e usurpatore del potere democratico che non si sa né come, né da dove sia saltato fuori. In un flusso di coscienza altalenante e intermittente, l’autore, nell’innervare la sua idea di romanzo, innesta il lettore nella mente di Kocmoluchowicz delineando i pensieri e le perversioni masochistiche della figura che tiene le redini del totalitarismo, l’autocrate, un uomo in divisa con gradi e campagne militari alle spalle, descrivendo il possibile sostrato psicologico in coloro che venereranno Sua Unicità, della visione che si impadronisce delle masse adoranti, il germe ideologico che le contagerà, come accadeva in maniera analoga nei periodi più oscuri della storia aventi come principali attori Hitler, Stalin o Mussolini.
«Che infernale voluttà avere un Capo; poter credere in qualcuno al di sopra di sé stessi e di ogni cosa! Ah, infelici quelle epoche, quei gruppi e quegli uomini che non ne hanno avuti. Dal momento che, appunto, non si può più credere in sé stessi e nel proprio popolo, né in una qualche idea sociale , rimanga almeno la fede in un pazzo che a tutto questo ci crede. Non essere sé stessi, essere in qualcuno, in LUI, essere un atomo della sua potenza, una fibrilla di un suo fascio muscolare… E nel fondo, un sentimento vile: scaricarsi di ogni responsabilità»
Mentre nel racconto la Cina è alle porte dell’Occidente pronta ad invadere la Polonia, porterà a termine l’azione sovvertendo qualsiasi ambito del vivere civile, nella realtà sarà la Germania a farlo, e nel 17 settembre 1939, mentre i russi attraversavano il confine polacco, l’autore pose fine alla sua esistenza.

Articolo a cura di ssovrappensiero
Foto: Stanisław Ignacy Witkiewicz – Autoritratto 1924 – “L’ultima sigaretta del condannato”


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