Cos’è un amore se non riesce con la sua forza a tiranneggiare i sensi, le suggestioni, le idee? Se, foss’anche per lo spazio di un attimo, non riuscisse a possederci interamente? Ben poca cosa, un’infatuazione superficiale, che resterebbe inane e non in facoltà di appiccare un fuoco nelle viscere. Certo, vi si potrebbe giocare poeticamente all’esagerazione, ma questa si intuirebbe finendo per suscitare il senso del patetico.
«Mi capirà di certo chi ebbe la fragilità
di preferire al cuore la propria ferita»
·{La notte di Dunkerque, Louis Aragon}
Nel 1919 André Breton è tutto intento a cogliere il meccanismo del sogno si ritrova, sulla soglia del sogno, la soglia e la natura dell’ispirazione. Insieme a Philippe Soupault si dedica ai primi esperimenti surrealisti rimanendo soggiogato dal fascino sorto dalle profondità, quel senso di assoluto che permea gli scritti e gli stralci teorici di Breton, disseminati anche nei romanzi, da cui si intravede il profondo amore per la causa da cui essi scaturirono, in ultimo, soprattutto il trauma dell’aver combattuto nella Grande Guerra avvertendo con una precisione profetica il ritorno della catastrofe mondiale, per cui il movimento diventa un modo per affrontare quel senso di smarrimento nato da una consapevolezza incipiente e che proprio quella catastrofe rischiava di far colare a picco quello scafo costruito per fronteggiarla.
Breton e Soupault si accorgono di un filo che unisce i responsi oracolari di tutti i popoli, alle Illuminazioni di Rimbaud, ai Canti di Maldoror di Lautréamont riconoscendo in quello che ancora li colpiva le reminiscenze di coloro che un giorno avevano «tenuto in mano» le redini del «Sistema», trovandosi presto a fronteggiare gli squali della follia.
Alla luce di questa continuità disvelata anche Una Stagione all’Inferno (Rimbaud) si spoglia dei suoi enigmi, allo stesso modo la Bibbia mascherati sotto la sembianza di immagini poetiche.
Da qui la sensazione di aver trovato la chiave che non solo disvela la truffa del genio, che non sarebbe qualcosa attinente con l’individuo in sé, qualcosa di pertinente soprattutto con la reminiscenza, ma soprattutto la possibilità di individuare il meccanismo dell’ispirazione artistica e renderlo replicabile.
In riva al mare René Crevel incontrò una signora che gli insegnò a dormire un sonno ipnotico particolare, assimilabile ad uno stato di sonnambulismo, cominciando così a tenere discorsi di profonda bellezza.
Un’epidemia di sonno si abbatté sui surrealisti e la maggior parte di loro cominciò a seguire quei precetti. Verso la fine del 1922 otto dei surrealisti precipitarono in un oblio a luci spente e ne vogliono sempre di più, essi vivono per quegli attimi.
Robert Desnos nel suo delirio parla con parole sconosciute, in tono magico, profetico, nel tono della rivoluzione e della rivelazione, in quello stato catatonico parla, disegna, scrive.
Fino a quando la situazione prende a degenerare: l’indulgere nel dormiveglia porta chi si sottopone a quella pratica ad un dimagrimento eccessivo, ad un’irritabilità che spesso finisce in risse armate di coltelli, deperimenti e devastazioni fisiche e psichiche accomunano i dormienti, la catalessi prende il sopravvento e come con l’assuefazione dalle droghe, essi non possono farne a meno e urlano minacciosi a chi li dileggia e a chi si preoccupa per loro che quanti ci proveranno non riusciranno a trarli fuori da lì.
Aragon equipara tutto questo al miracolo biblico di Cana e a quello sanguinolento di Valmy (1792) che fece nascere la Prima Repubblica in Francia, affrontando tutti quelli che dileggiavano le attività surrealiste «O increduli dementi anche voi avete abbassato allora la fronte dinanzi alle parole armate che sollevavano un vasto pezzo di cielo.»
Presto il pensiero critico riprende il timone, serpeggia la negazione di quanto vissuto, con il dubbio che quegli stati fossero solo simulati. Aragon nel suo saggio Un’onda di sogni (1924) obietta che quello che viene pensato esiste. Il dormire, rispetto alla scrittura automatica rappresenta una metodo più veloce di arginare la censura della coscienza, la sorveglianza dell’Io, per dirla à la Breton, che ostacola lo spirito giungendo alla vera libertà di quest’ultimo.
«La libertà comincia dove nasce il fantastico.»
Alla realtà, in netto contrasto con i materialisti dediti all’idealismo, al noumeno «quello squallido intonaco scrostato», i surrealisti, sacrificando tutta la loro vita, le oppongono quell’unico momento in cui tutto sfugge alla comprensione evidenziando le crepe immense che appaiono sul Castello del mondo applicando a tutto questo mondo, che non crede che gli uccelli siano gli unici degni abitanti del cielo, la definizione di surrealtà facendoci entrare l’infinito: quella formula che sfugge alla critica razionale, derivante da un sistema parallelo a cui si crede senza dimostrazioni. L’essenza delle cose slegata dalla loro realtà.
Lasciare il certo per l’incerto, questo concetto che Breton sicuramente aveva in mente quando letteralmente scrisse, «abbandonare la preda per l’ombra», ripreso da Aragon nel suo saggio, è l’indicazione programmatica di tutto quello che fu poi portato avanti nel Surrealismo storico inteso come attività, fino a scontrarsi col mondo della realtà politica del tempo, frammentandosi pericolosamente. Tutto quello che resta si rivolge a quel chiosco ridicolo sito al 15 di Rue de Grenelle, quell’albergo romanzesco che oppone al mondo disperato, il suo sguardo delirante, l’ultima sua speranza. Insieme alla designazione dei Presidenti della Repubblica del Sogno, i cui ritratti campeggiano sulle pareti della Camera del Sogno, la determinazione di giungere ad una Nuova Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, interrogando inutilmente l’abisso.
Fino a giungere al 1924, anno in cui Breton redige e pubblica Il Primo Manifesto Surrealista.
Questo filo che ho raccolto, che ho ripreso dopo anni, e in maniera definitiva dopo aver letto Solenoide di Cărtărescu, tornando indietro per Borges, ripensando a Kundera, passando per Pizarnik e Pessoa (a cui Octavio Paz si era interessato dopo averlo letto nella rivista Le Surréalisme, même su consiglio di Nora Mitrani) dopo aver letto alcuni libri citati da Breton su cui insisteva ne I Manifesti, nell’Antologia dello Humor nero e in altri suoi scritti, mi sono accorta che il filo districato dai primi surrealisti non solo era di molto più consistente di quanto non lo fossero le scoperte che avevo fatto con loro nella sola teoria (l’esperienza è ben altro) imperscrutabili per loro natura, ma che, in alcuni casi inconsapevolmente, continuava ad esser tracciato nella letteratura contemporanea.
«Il tempo è già scaduto la vita non si impara
I cuori nella notte hanno un pianto comune»
‧{Non esiste amore felice, Louis Aragon}

Articolo a cura di ssovrappensiero
Foto: “A Light For Others” di Michelle Robinson, CC BY-NC-ND 2.0


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