L’incontro, una ricerca d’identità. Chi sono? Sono qui je hante, chi infesto, chi frequento. L’osservazione del fenomeno e dell’evento, del fatto imprevisto che sembra frutto del caso, ma che lascia ravvisare in sé una logica, tesse una rete e la rende evidente, lasciando affiorare ciò che affiora. A metà tra un journal e un saggio, un romanzo antiletterario. In questo libro, Andrè Breton, teorizzatore del Surrealismo, autore del Primo Manifesto Surrealista e dei successivi, condensa un attimo, un puro attimo di convulsa bellezza in un incontro. Dietro questo fatto imprevisto si nasconde una donna:
La Sfinge, Il Genio, La Chimera.
La donna a cui piedi si accuccia la realtà sorniona e il suo enigma.
Da Nadja dipendono gli equilibri da cui sgorgano, filtrati dalle sue rivelazioni e associazioni, gli ingranaggi di un apparato incomprensibile, intercettabile nei segni nascosti che non riescono a diventare segnali per la mancanza di una pregnanza ultima che si conferma nell’evento, rimanendo inestricabile; nel demone dell’analogia in un’insegna parigina, in un vento blu, nel divenire di un tempo ineguagliabile, nell’analisi dei fatti nella loro natura scatenante.
Breton, nonostante il suo professato ateismo, prende molto seriamente la manifestazione umana di sé stesso quale essere unico e irripetibile, ma soprattutto in qualità di latore di un messaggio. Così procedendo differenzia gli eventi distinguendoli in fatti-frana e fatti-precipizio «facendomi sentire quanto sia in errore ogniqualvolta mi credo solo alla barra del timone» accettando pienamente l’ingerenza di un caso avulso e indipendente individuato nel demone dell’analogia «Cantavano sulle tue labbra parole sconosciute, brandelli maledetti di una frase assurda?» [Mallarmé] da mezzo poetico diviene metodo d’indagine sugli squarci del reale che attraverso i fatti imprevisti, nelle sembianze di derivati del caso, finiscono per tessere una rete, affermarsi come portatori di una logica che si esprimerà infine nell’evento «dove subentra l’irrefutabile intervento del soprannaturale» per chi indaga non rifiutando il mondo sommerso di inesprimibile enigma, che lo ama e lo accetta fino ad introdurlo nel quotidiano, non può che esserci l’influsso di quell’ordine che continuamente si beffa dei programmi logici dell’uomo, capovolgendo le situazioni come un dito distratto provoca la caduta ritmica dell’intero castello di un domino.
Un pretesto infine nella ricerca surrealista che si serve di questa passeggiata notturna per indagare e per evolvere: perché ciò che in virtù di Nadja nasce, non ha fine con lei, sfumata nella nebbia della sua reclusione psichiatrica, quasi quanto il tu finale del libro risulta concreto, materico in contrasto. La scelta di Breton è infine quella di tenersi saldamente al corrimano: anche se la bandiera dell’immaginazione si leva alta, è pur saldamente tenuta all’asta, a dispetto di ogni libera incursione della follia, saldamente aggrappata alla base, rattenuta dal senso di conservazione che è propria agli intellettuali vicini a Breton che non sono caduti nella maledizione che lui stesso temeva.
Ne L’Amour fou scriveva: «Esito, lo confesso, a compiere questo salto: temo di cadere nell’ignoto senza limiti. Ogni sorta di ombre si affolla intorno a me per trattermi, per oppormi barriere che a stento arrivo a considerare inconsistenti.», la stessa mancanza di margini tra follia e non follia che egli stesso osservava in Nadja.
Un diario non sorvegliato dall’io, un romanzo, per l’autore, con immagini a corredo evitando ogni tipo di descrizione in spregio dell’inganno del romanzo tradizionale, contro personaggi costruiti a tavolino, anticipando il concetto di autofiction, (apparso nel 1977), prediligendo libri che «sbattono come porte spalancate» e di cui non «occorre cercare la chiave».
Nella natura misteriosa, nel segreto degli omessi, di quegli «atti mancati» espressione dell’inconscio teorizzati di Freud in “Psicopatologia della vita quotidiana”, in una mappa segreta di una Parigi altra che porta diretta all’alba di una bellezza ideale distante da quel «sogno di pietra» vagheggiato da Baudelaire ne “La beauté” contenuta ne “I Fiori del Male”, permeata dal classicismo, una bellezza eterna e immutabile, ma soprattutto, non sottoposta alle varianti dicotomiche di dinamismo e staticità, bensì destrutturata, slegata come una luna avvistata per pochi attimi, mentre scompare nascosta dai nembi mossi dai venti, un discorso intermittente; oscillante, convulsa, come quell’unico frammento di messaggio sopravvissuto alla tempesta, monco di tutta la comunicazione che recava in sé che un 27 Dicembre l’etere vomita fuori da un residuo di trasmissione telegrafica, lasciando solo un laconico «C’è qualcosa che non va».
«La beauté sera CONVULSIVE OU ne sera pas.»
Concetto che si evolverà successivamente ne L’Amour fou, altro romanzo di André Breton.
Ma chi era davvero Nadja?
L’8 Novembre del 1926 Breton in una lettera a Suzanne Muzard parla di una donna: si chiede cosa fare dal momento che non la ama e probabilmente non la amerà mai: un pericolo che mette in discussione tutto ciò che lui ama e il modo in cui lo ama.
Si tratta di Léona Delcourt, Nadja, vissuta dal 1902 al 1941, la traccia femminea apparsa nell’omonimo romanzo.
Nata nei sobborghi di Lille che vaga per le strade di Parigi quando un giorno si imbatte in André.
Diversa dalle donne borghesi per il suo abbigliamento povero e per il kajal che le annerisce i bordi degli occhi.
La sua storia, seppur raccontata frammentariamente è pienamente visibile in quel romanzo che, solo in apparenza, Breton sembra dedicarle, ma di cui si appropria avverando la predizione che Nadja/Oracolo stessa fa: «se tu volessi, per te non sarei nulla, o soltanto una traccia» una traccia potente che spinge Hester Albach a compiere ricerche su di lei per sette anni, pubblicandone i risultati nel suo libro “Léona Héroïne du surréalisme”.
Aveva giaciuto in una tomba senza nome, occultata dalla vergogna dei suoi familiari per la vita che aveva vissuto e per la fama che le era piombata addosso dal romanzo di Breton e che lei stessa aborriva, ritenendo (si rinviene in una delle 27 lettere che lei gli spedì fino al suo iternamento) che il romanzo l’avesse ridotta ad un’allegoria, ad un simbolo, in una visione lontana dalla complessità della sua persona, desiderava diventare costumista teatrale e vivendo di espedienti a Parigi tentava di mantenere il suo bambino che viveva coi suoi genitori, avendo come base di sostentamento gli uomini che le si avvicinavano e alcuni piccoli traffici di cocaina, di cui faceva uso.
Nadja, si faceva chiamare in questo modo anche prima dell’incontro con Breton, rappresenta la sintesi perfetta delle teorie surrealiste illustrate nel Primo Manifesto, nei suoi processi mentali, nei suoi lampi fulminei come attestazione dello squarcio invisibile nel reale, nel suo modo di raccontarsi storie, era l’incarnazione perfetta, nonché prova vivente della filosofia surrealista teorizzata da Breton. La simulazione di uno stato mentale sovrapponibile all’alienazione mentale, come mezzo per la creazione artistica è quanto nel Secondo Manifesto Surrealista Breton fissa come regola generale per individuare un metodo, ma soprattutto un’aspirazione per una creazione non sorvegliata dalla ragione e soggetta alla più perfetta inutilità, in contrapposizione e ribellione a gran parte della letteratura esistente in quell’epoca.
La violenta invettiva e la critica feroce alla psichiatria contenuta in Nadja e nel Secondo Manifesto Surrealista, pubblicato del 1929, un anno dopo la prima stesura di Nadja, fanno realmente pensare a Léona come vera ispirazione alle nuove teorie di Breton. Nel riferimento ai metodi non condivisi, all’illegittimità di qualsiasi internamento volto alla privazione della libertà, all’inconsistenza delle accuse di turbamento della quiete pubblica gli valsero la citazione nella disputa aperta ne l’Annales Médico-Psychologiques Journal, dopo che il romanzo era penetrato in alcuni istituti scatenando l’allarmismo degli alienisti che mentre notavano alcune frasi sottolineate in blu dai pazienti, da quelle parole si sentivano minacciati, portando l’argomento al dibattito pubblico. Riportato ne I Manifesti da un Breton che aveva studiato da medico, in quella critica si ravvisa il senso di colpa per quel miracolo abortito, collegato alla grande personalità di Nadja, al suo sentire artistico che Breton non riuscì a valorizzare fino in fondo, colpevolizzandosi in ultima istanza nel temere che il suo intervento nella sua vita fosse stata la fatalità che causò il precipitare della sua frattura animica e psichica che la portò al crollo, in seguito ad una crisi notturna avuta in un albergo nel quale soggiornava il 27 marzo del 1927 in cui credeva di aver visto degli uomini sul tetto, allertati il personale e svegliato gli altri soggiornanti, portata in ambulatorio le fu diagnosticata una psicosi fino al suo successivo internamento.
Nel pamphlet Un Cadavre, (del 15 gennaio 1930) che i surrealisti dissidenti dedicarono a Breton, non mancano di rinfacciargli quanto letto in Nadja, nonché l’espunzione dall’ultima edizione del romanzo del racconto della notte passata insieme a lei, da cui non si evince alcuna azione nei confronti della donna rinchiusa e che invece fa da donna schermo a Suzanne Muzard a cui Breton dedicherà le ultime pagine del romanzo.
Ciò che a Breton si imputa non è altro che quello che egli stesso decide di raccontare nel suo libro e sebbene nel pamphlet, si faccia menzione dell’accaduto, del modo in cui storicamente sembra Léona sia stata trattata, un indizio che nella realtà le cose potrebbero aver avuto uno sviluppo differente, lo si può ravvisare nei resoconti trovati tra le sue carte riguardanti lo stato di salute della donna provenienti dall’ospedale, con alcune lettere di presentazione inviate al personale sanitario, quando i suoi eredi vendettero le lettere per 140,000 €, anche se, pare che il suo nome non compaia in nessun registro delle visite.
Rendere idea, idealizzare, qualcuno è il primo modo di opporre una distanza che mal si accosta con l’amore e la cura di cui Nadja aveva bisogno. Breton affascinato dalle sue manifestazioni mistiche è attratto dalla sfinge e riporta in quelle pagine di aver osservato le sue produzioni con lo stesso occhio che riservava alle composizioni poetiche quasi a discolpa di non averla potuta trattenere dal baratro di Bailleul, dove rimase rinchiusa dal 1928 con una diagnosi di Disturbi psicologici polimorfici. Morirà nel 1941.
La libertà di pensiero le cui porte Breton cercò di aprirle, conscio dell’influsso avuto sul suo spirito, a spingersi oltre i confini del reale per portarla ad una riappropriazione di sé, nella disattesa speranza non gli valsero il miracolo, ella non poté più tornare indietro né aggrapparsi alla sua vecchia vita dominata nel suo sostentamento dall’uomo di turno e dal traffico di cocaina, né in quell’istinto di autoconservazione di cui Nadja era naturalmente sprovvista, in un meraviglioso irriguardo nei confronti della vita.
Hester Albach in un’intervista afferma che secondo le sue ricostruzioni, Breton, da uomo versato nel sogno, passò semplicemente ad un’altra visione, lasciando Nadja vergata per sempre nella carta onirica, e Léona ridestata nell’incubo.

Articolo a cura di ssovrappensiero
Foto: “A woman in a religious or academic gown walks in the rain” di simpleinsomnia


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