Rupert Chawner Brooke (Rugby, 1887 – Sciro, 1915) è una delle figure più affascinanti del primo Novecento inglese, quintessenza dei talenti oxbridge sbocciati alla luce dell’età edoardiano-georgiana. Poeta dalla vita intensa quanto fulminea, seppe imprimere nei suoi versi le numinose rivelazioni che solo la giovinezza sa dischiudere a una creatura dotata di tutti i doni migliori: senza dubbio l’avvenenza fisica e la versatile inclinazione in più campi (nell’atletica come nelle lettere e, infine, con la prova del teatro), oltre alla spiccata sensibilità e la rara acutezza critica. Secondo un commento di Vladimir Nabokov: «Nessun altro poeta ha indagato le ombre dell’Aldilà con occhi così vigili e costante tormento creativo»1. Non a caso, il parnassiano James Elroy Flecker lo definì «il John Donne redivivodel XX secolo»2 per lo sguardo metafisico, erede di antiche visioni trascritte in una lingua moderna, opalina, non già arcana, insinuata nei dedali della tradizione fino ad estrarne il succo vitale.
Per una tragica nemesi, la sua breve esistenza fu troncata nel fiore degli anni (appena ventisettenne), mentre navigava verso i Dardanelli, nell’aprile 1915. Partito volontario nella Grande Guerra insieme alla Royal Naval Division, il poeta in armi cadde – senza aver mai combattuto sul campo – al largo di Lemno, nel mare Egeo, a causa della setticemia provocata dalla puntura di una zanzara. Fu quindi sepolto dai suoi camerati in un uliveto presso Sciro, l’isola di Achille, dove riposa.
Reso celebre all’indomani della morte romantica, lontana dalla madrepatria – per ciò osannato come un nuovo Byron –, a partire dal suo profilo iconico e dagli ultimi (e soli) cinque “sonetti di guerra”, carichi di ingenuo entusiasmo e spirito di sacrificio (1914 & Other Poems, post. 1915), venne eretto un mito – quello del poeta soldato – inciso in epigrafe dal primo Lord Winston Churchill:
«Giocondo, intrepido, versatile, profondamente istruito, con classica simmetria di mente e corpo, dominato da uno scopo ambizioso e indubbio, era tutto ciò che si potrebbe chiedere ai più nobili figli d’Inghilterra in tempi in cui nessun sacrificio è il più auspicabile quanto quello offerto di propria volontà»3.
Negli anni precedenti allo scoppio del conflitto, Brooke non era soltanto l’idolo dell’establishment londinese – a cui si avvicinò con la pubblicazione nella monumentale antologia Georgian Poetry 1911-12 – ma anche il fulcro di cerchie esclusive: dal Gruppo di Bloomsbury (Virginia Woolf gli era devota dall’infanzia), passando per la confraternita degli Apostoli di Cambridge (tra gli affiliati, il romanziere E. M. Forster e l’eminente biografo Lytton Strachey), fino alla “colonia delle Muse” di Dymock (insieme ai compagni Robert Frost, Edward Thomas e Walter de La Mare).
Tutti gli ammiratori videro in lui un golden boy animato da un’irrefrenabile energia, straripante di gioia di vivere, dalla risata sempre pronta e l’afflato progressista (fu addirittura Presidente e portavoce dei Fabiani sotto l’ala di H. G. Wells).
Personalità poliedrica e fuori dal comune, il campione sportivo dei campi di Rugby esercitò un fascino irresistibile sui suoi contemporanei, anche grazie al precoce talento letterario e scortato da conoscenze fortunate: gli amici J. M. Barrie, D. H. Lawrence e Henry James ne avrebbero lasciato commossi tributi nei loro memoriali. D’altronde, fin dai giorni di scuola e, poi, tra gli eletti colleges di Cambridge – dove diventò una celebrità ante litteram –, il magnifico Kingsman attirava, come un magnete, file di ragazzi e ragazze: per l’irlandese W. B. Yeats era «il giovane più bellod’Inghilterra», come emerge dal ritratto di «Apollo dai capelli d’oro / sognatore al limite della lotta» tracciato nell’epigramma di Frances Cornford a lui dedicato4. O il ragazzo dalle “guance di rosa” trasfigurato da Leonard Woolf nei panni di un perfetto «Adone apparso al cospetto di Venere». Ma dietro la maschera apollinea – che ha eclissato a lungo la sua eterogenea produzione, sia in versi che in prosa –, si cela l’uomo più autentico e non meno meraviglioso.
Pertanto, Brooke merita di essere ricordato per i successi raggiunti durante la sua florida carriera artistica e accademica, sebbene interrotta sul nascere. Era innanzitutto il Fellow (destinato al ruolo di futuro docente) del King’s College – effigiato tra i luminari dell’Università in lettere dorate –, esperto di letteratura elisabettiana (con la sua tesi si votò alla riscoperta filologica di John Webster e il dramma elisabettiano, 1916), nonché fondatore e impresario teatrale della Marlowe Dramatic Society, autore di testi controversi, come i primi Poems (1911), lodati perfino dai modernisti T. S. Eliot e Ezra Pound; quest’ultimo lo considerava «il migliore dei georgiani».
Ciononostante, dopo la scomparsa prematura, il suo nome venne associato alla fama di poeta nazionale che l’ha incasellato – ingiustamente – nel novero dei war poets. Con questa etichetta, Brooke è assurto a simbolo della gioventù britannica immolata nelle trincee, avendo prestato voce al sentimento di caldo patriottismo condiviso dalla sua generazione all’alba della guerra.
Nondimeno, il suo spirito romantico si riallaccia alla grande tradizione anglosassone, in cui a tutti gli effetti si iscrive (a dispetto della giovane età). In questo senso, l’apparente sicurezza mostrata di fronte al pericolo della battaglia trae conforto dall’amore genuino per la terra natìa e dal ricordo degli affetti rimasti ad aspettarlo in patria, di cui porta alto il vessillo in spedizione militare: «i pensieri offerti dall’Inghilterra / I suoi scorci e i suoi suoni; […] la risata, appresa dagli amici; e la dolcezza, / In cuori sereni, sotto un cielo inglese». La sua litania non è, dunque, il frutto di mere fantasie cavalleresche, ma l’eco di una vita ardente e avventurosa, al limite della rêverie, custodita nel componimento celeberrimo (col quale è noto ai più), The Soldier (1915), che suggella lo stigma della leggenda.
D’altro canto, la più interessante lirica d’anteguerra – di linea classica e consacrata al rigore della dizione (Brooke prediligeva infatti la forma metrica del sonetto) – spira un romantico abbandono alla contemplazione della natura, con una frugalità tutta georgiana, nutrita di una profonda vena metafisica. Sono versi sinuosi, materici, che si rifrangono contro slarghi di luce e zone d’ombra, sondando gli oscuri abissi dell’esperienza umana, specie le insidie dell’èros – ora sublimato in toni d’idillio, ora lamentando gli effetti devastanti della libido (lemma che gli costò la censura del suo editore all’epoca) –, sfiorati sempre dalla corruzione della morte.
Dal principio, il debito ai maestri del suo pantheon (dai vertici Shakespeare, Sidney e Spenser, agli ascendenti di Keats, A. E. Housman e i simbolisti decadenti della fin de siècle) si affianca a un vorticoso sperimentalismo, stemperato in toni macabri, quasi scioccanti, segni di un crudo realismo che non ebbe il tempo di approfondirsi. Difatti, i frammenti spuntati poco prima di morire danno prova della premonizione finale, vergata nel suo taccuino di viaggio, a indicare – forse – la rotta che avrebbe preso la sua scrittura, sparsa sul mondo come «ombre colorate, più leggeri del delicato cristallo, / Fragili bolle, più fievoli della fioca luce delle onde, […] Come cose in rovina e strani spettri – destinati a svanire / Tra altri spettri – questo o quello o io».
In merito al fertile destino poetico, in un saggio critico sul poeta, l’anglista Mario Praz si pone in diretto colloquio con lo spettro brookiano, apostrofando per lui una possibile apologia:
Ma io non ero questo, se mi avessero lasciato il tempo di dirlo. Io adoravo gli elisabettiani dalla lingua sciolta e sacrilega, adoravo il cerebrale John Donne, il poeta metafisico, e Andrew Marvell, quel Donne in sordina; e se una mano brutale non mi avesse chiuso la bocca; non come un bamboleggiante poeta georgiano ora mi ricordereste, ma come un metafisico moderno…5
Scalzata l’icona patriottica, Rupert Brooke rimane il cantore della transience – l’evanescenza dei sentimenti e d’ogni cosa mortale, riscattata dal valore eternizzante dell’arte. Fedele agli amati elisabettiani, la sua parola trasmuta l’ardore del sangue in inchiostro, direttamente dal cuore alla pagina. Un’alchimia di accenti gravida di forze contrastanti: slancio ideale e desolazione, bellezza e spreco.
Pierluigi Piscopo
Le traduzioni delle citazioni e delle poesie riportate nel corpo del testo sono dell’autore.
Foto: Ritratto di Rupert Brooke fotografato da Sherril Schell, aprile 1913 © reserved National Portrait Gallery, London.
Frammento
La magia che in agguato indugia
In ogni cosa conosciuta dagli amanti,
Il tocco gelido di giovani dita,
Le linee del mento e del collo,
Il singhiozzo che interrompe i baci,
Le labbra che accolgono le lacrime.
La risata di una voce sola
Nutrita dagli anni a venire.
(trad. Pierluigi Piscopo; testo tratto dallo studio di K. Hale, Rupert Brooke of Rugby, che attinge ai quaderni giovanili 1904–1907)
Vittoria
La notte desolata si stendeva sui sentieri del Paradiso,
Lunghe strade contro un cielo terso e luccicante.
Tu ed io, condannati e in trappola, come reietti;
Soli e sereni, oltre ogni amore o odio.
Nel terrore e nel trionfo, l’attesa ci appagava.
Noi due, saggi in silenzio. In un lampo
Giunse, in segreto, dall’alto dei cieli,
Un cavaliere che bussò ai cancelli della terra.
Oh, resi così perfetti dalle vette della vita,
Leggeri, ci voltammo, immersi in boschi madidi di fiori,
Verso l’etere sconfinato. Lungo le strade celesti,
Con piume svolazzanti e larghe bandiere purpuree.
Schiera su schiera, sfrenati e implacabili, di lontano
Tuonavano i neri battaglioni degli dèi.
(trad. Pierluigi Piscopo; testo tratto da R. Brooke, Poetical Works, a cura di Geoffrey Keynes)
Colui che molto ha amato (estratto)
Queste cose ho amato:
Piatti e tazze bianchi, splendenti di pulito,
Cerchiati di blu; e polvere piumata, fatata;
Tetti bagnati alla luce dei lampioni; la crosta forte
Del pane amico; e il cibo saporoso;
Gli arcobaleni; e il fumo azzurro-amaro del legno;
Gocce di pioggia lucide adagiate tra fiori freschi;
E i fiori, che oscillano in ore di sole,
Mentre sognano falene che li suggono alla luna;
Poi la fresca gentilezza delle lenzuola, che subito
Leviga ogni pensiero; e il maschio rude bacio
Delle coperte; il legno nodoso; capelli
Lucidi e liberi, massicce nuvole blu; l’insensibile
Violenta bellezza di una macchina possente;
La benedizione dell’acqua bollente; pellicce da toccare;
L’odore buono di vecchi abiti; e altro ancora –
L’odore confortante di dita amiche,
Il profumo dei capelli, e l’odore stantio che indugia
Sulle foglie morte e le felci dell’anno prima…
(trad. Paola Tonussi, in Rupert Brooke. Poesie, Interno Poesia, 2025)
L’amore
L’amore è breccia nelle mura, cancello scardinato:
ciò che lì dentro entra, da là non esce fuori;
la rocca del fiero cuore, venduta dall’amore al fato.
Di chi ama non amato è la vergogna. E seppure
la mutua sete di due bocche si acquieti, l’affanno
sia scordato, e spento in cielo il pianto d’ingenui cuori,
quei cuori – ciascuno col suo fantasma – altro non fanno
che cullare poveri sogni, in notti solitarie.
E anche se alcuni hanno, in quelle notti, una compagnia,
sanno che freddo diventa l’amore; e falso, sbiadito
ciò che una volta era, a dir molto, dolce bugia.
Lo stupore è ora assente sulle spalle o tra le dita;
si abbuia e, di bacio in bacio, muore lentamente.
Tutto questo è amore. E amore è questo, solamente.
1913
(trad. Raffaella Fazio, in Rupert Brooke. L’amore è breccia nelle mura, Puntoacapo, 2025).
- B. Boyd, Vladimir Nabokov: The Russian Years, Princeton University Press, 1990. ↩︎
- T. Rogers, Rupert Brooke: A Reappraisal and Selection, Routledge, London, 1971. ↩︎
- W. L. S. Churchill, Necrologio di Rupert Brooke, Times, 26 aprile 1915. ↩︎
- F. Cornford, Youth, in Poems, Bowes and Bowes, Cambridge, 1910. ↩︎
- M. Praz, Studi e svaghi inglesi, Garzanti, 1983. ↩︎
Riferimenti bio-bibliografici
Per approfondire la vita di Rupert Brooke, si consiglia la lettura della prima biografia italiana, Rupert Brooke. Lo splendore delle ombre di Paola Tonussi, Edizioni Ares, Collana Profili, Milano, 2024. In lingua inglese, il volume di riferimento è Rupert Brooke: A Biography (Faber & Faber, 1964) di Christopher Hassall, a cui si aggiunge l’ultima e più completa opera biografica di Nigel Jones, Rupert Brooke. Life, Death and Myth (Head of Zeus, rist. 2014).
L’intera opera poetica è raccolta nell’edizione canonica The Collected Poems of Rupert Brooke: With a Memoir (Sidgwick & Jackson Ltd, 1918), curata da Edward Marsh, e in The Poetical Works of Rupert Brooke (Faber & Faber, 1947), a cura di Geoffrey Keynes; si veda anche la monografia Rupert Brooke of Rugby (Watersgreen House, 2022, rist. 2026) di Keith Hale, a cui si attinge, per ulteriori inediti.
Oggi, la Italian Rupert Brooke Society (fondata a Verona nel 2025) esplora, a fini culturali e divulgativi, il mondo di Rupert Brooke e dei suoi contemporanei. Ne parla Rossella Pretto in un articolo apparso di recente su «Pangea».


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