La periferia di Linda Miante

Linda Miante

A ottobre dello scorso anno ho ricevuto un’email interessante, la prima del suo genere nella breve storia di Cohibeo, che è ancora una rivista-bambina. In questa email, l’associazione culturale “Il Cantiere delle Idee” mi proponeva una copia gratuita della raccolta di Linda Miante, “Piccola biografia di periferie”, edita da De Ferrari Editore.

Dopo aver letto alcune poesie in anteprima, ho accettato e proposto un Conversario. Al tempo c’era un gran da fare per Zona Marginale e tutte le mie energie erano indirizzate a quel progetto (che si può leggere gratuitamente qui).

“Piccola biografia di periferie” è divisa in tre momenti. Ognuno di questi momenti è accompagnato da un’immagine. Ne avevo dubitato all’inizio, ma vista l’assenza di crediti nella raccolta, ho pensato di chiedere direttamente all’associazione che mi ha confermato l’uso dell’intelligenza artificiale per la generazione delle immagini.

Cohibeo è ovviamente contro l’intelligenza artificiale generativa che, come ben sappiamo, deruba i veri artisti del loro stile e del loro stipendio.

Ma un Conversario serve proprio per conversare, è lì nella parola stessa. Quindi mi sono fatta trasparente e ho chiesto a Linda se le stessero bene anche domande sulla sua decisione di usare l’intelligenza artificiale, scelta che Cohibeo non condivide. Linda ha accettato.


Come da tradizione, la prima domanda che faccio ad ogni ospite di Conversari è molto ampia, soggettiva e forse, a seconda del lettore, potrebbe anche essere controversa: che cosa è la poesia?

Istintivamente mi verrebbe da rispondere con una poesia. Perché per me è un gesto di nominazione, è l’arte che dà un nome alle cose. Guardo la poesia come alla distanza più breve tra il primo insorgere di un pensiero e quello che accade intorno a noi, che filtriamo attraverso i sensi. Penso a un oggetto, una finestra, una geometria, la piega di un lenzuolo, uno scricchiolio o anche, perché no, un gabinetto.

Non la consideriamo un’arte figurativa, eppure se vogliamo barare un po’, è figurativa più di tutte proprio perché nel dare un nome alle cose le fa apparire. E forse la sua natura è proprio questa: la poesia è chiarissima mentre accade e si fa più opaca quando provi a spiegarla. Nel mio caso, a volte, anche quando la rileggo e penso: che diavolo mi è passato per la testa quando ho scritto queste cose? Ma forse è proprio questo il punto.  

Del gabinetto ne hai parlato in “Cinematografo”, insieme alla retorica dello sciacquone. Ma vorrei tornare ai tuoi istinti e chiederti di rispondere non con una poesia, ma con i nomi dei poeti che ti hanno formata e che senti vicini alla tua voce poetica. Per me, uno su tutti è Arthur Rimbaud.

Mi sento più vicina alla prosa e alla scrittura per cinema, che alla poesia stessa, anche se la poesia ha fatto parte del mio percorso di studi classico e umanistico. Questo però non significa che non abbia avuto dei modelli. Penso a Cesare Pavese o a Moretti, non tanto nello stile in sé, quanto nel modo in cui hanno scelto certi temi e luoghi, oltre che nel loro percorso biografico. E poi c’è Dino Campana, a mio avviso un autore che dovremmo studiare molto più di quanto facciamo, anche per ciò che la sua vicenda dice sulla possibilità di scrivere poesia in condizioni materiali molto difficili. In questo senso mi sento vicina anche a una linea che da Rimbaud in poi ha provato a spostare la poesia fuori da se stessa, verso altri linguaggi e altre forme di esperienza. Oggi mi sembra tornare molto attuale per la nuova generazione.

Mi interessa anche la poesia araba: ha sviluppato una raffinatezza di immagini e una capacità di trasposizione sensibile straordinarie, talvolta molto vicine, altre molto lontane dalla sensibilità europea, che è comunque impregnata di cultura del vicino Oriente. È una posizione – quella di vicinanza alla prosa – che mi è stata anche contestata: mi è stato detto più volte che non si può scrivere poesia senza leggerla in modo costante, cosa probabilmente in parte vera, in particolare per la forma. Credo però che la mia scrittura sia vicina ad altri linguaggi in maniera del tutto naturale (il contrario, sarebbe una forzatura) perché mi interessa portare nella poesia una dinamica narrativa o visiva che forse più spesso si compie nel senso opposto.

Non è poesia convenzionale, ho letto “Piccola biografia di periferie” e posso confermarlo. La tua voce poetica fluttua molto tra abbellimenti aulici e versi più schietti e moderni. In che modo pensi che le tue influenze cinematografiche e narrative abbiano contribuito a questo gioco di stili?

Dato che il cinema lavora per montaggio siamo abituati a vedere accostati piani diversi tenendo insieme linguaggi, anche distanti, spesso per giustapposizione. Penso che questa cosa entri anche nel mio modo di scrivere le cose. A volte le poesie funzionano come vere e proprie scene, altre sono più come pennellate da leggere così come sono. Mi piace lasciare convivere momenti molto schietti con altri invece un po’ più aulici, che forse vengono anche da un certo retaggio scolastico che ci portiamo dietro. Per me funziona come un cambio di inquadratura, che mi permette di spostare il fuoco o il ritmo, e di non “sprecare” nessun verso.

La tua raccolta è colma di scene, paesaggi e momenti di vita vissuta. Passiamo dal piano lungo su strade aperte e affamate a primi piani di attimi quasi segreti nelle case dei tuoi protagonisti. Com’è nata l’idea di questa raccolta e dei suoi tre momenti?

Le primissime poesie, come “Cinematrografo” e “Intercity 510” sono di fine 2019. La raccolta non è nata da un progetto strutturato, ma è cresciuta per strada. Poi nel 2020, con il lockdown e le città semivuote, e soprattutto la lontananza dalle persone a me care, la necessità di scrivere si è intensificata. Per lavoro mi spostavo in spazi sospesi, credo che quella condizione abbia inciso molto sui testi.

La divisione in tre momenti è arrivata dopo, per la necessità di mettere ordine a quello che era successo. Non volevo creare una scansione temporale, ma piuttosto mischiare un po’ le carte e guardare ai temi che univano le poesie.

Il primo momento è la città nuda e cruda, il paesaggio urbano così com’è, senza filtri se non quelli più immediati. Il secondo riguarda chi o cosa la abita: i corpi, le emozioni, chi sta dietro le finestre e si sporge a guardare fuori. Il terzo è più rarefatto e introspettivo. Prova a tracciare una sorta di bilancio senza edulcorare le cose brutte ma accogliendo anche ciò che di bello resta, come i ricordi.

Più che un’idea iniziale direi quindi che è stata una materia viva che a un certo punto ha chiesto una forma.

So che hai presentato “Piccola biografia di periferie” nella sezione Poesia del Salone Internazionale del Libro di Torino e al Book Pride di Genova. Durante questi eventi, ci sono state discussioni riguardo alla tua decisione di utilizzare l’intelligenza artificiale per generare le immagini presenti nella raccolta?

Sinora negli eventi pubblici non è stato un tema al centro di dibattito, ne ho parlato io in alcune presentazioni, ma al momento non ho ricevuto particolari richieste a tal proposito.

Qual è stato il motivo per il quale hai deciso di usare l’intelligenza artificiale?

La scelta di inserire tre immagini generate con l’intelligenza artificiale è stata una sperimentazione. La raccolta parla di città in cambiamento o, più in generale, di qualcosa che spesso supera o mette in crisi il controllo umano, e l’AI mi sembrava un elemento coerente con questo immaginario.

Ho fatto generare quelle immagini a partire da pochissimi versi, marginali rispetto all’opera, senza dare indicazioni di stile o chiedere imitazioni. Volevo vedere cosa sarebbe emerso lasciando libera interpretazione a un sistema.

Non sostengo che l’AI crei nel senso artistico del termine, perché è essa stessa frutto del sapere umano, ma può generare (questa è la parola che userei) combinazioni.
Le tre immagini potrebbero essere delle soglie. Superfici che introducono alle sezioni del libro. La realtà della poesia sta dietro e il lettore è chiamato ad attraversarle, ad andare oltre quell’apparenza un po’ stilizzata, scopiazzata direi, per entrare nella verità del testo.

Non c’è stato alcun coinvolgimento dell’AI nella scrittura o nella revisione delle poesie: è stato un gesto limitato. Ma non lo considero un tabù, anzi credo sia giusto parlarne, perché nell’editoria (anche in quella ‘alta’) strumenti di questo tipo vengono già utilizzati per correzione bozze o editing. Basti guardare alla standardizzazione di alcuni testi che si trovano sugli scaffali delle librerie.

Resto però positivamente convinta che la poesia abbia ancora la forza di sfuggire agli algoritmi e a qualsiasi forma di automatizzazione.

Se la riutilizzerei per le immagini di una prossima raccolta? No.


Il Conversario termina con un “no” di speranza. Linda ha spiegato bene i motivi della sua decisione, condivisibili o meno. Sono certa che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale si sia fermato alle immagini e non abbia sfiorato i versi.

Che strumenti del genere vengano utilizzati in correzioni di bozze, sistemi di raccomandazione, assistenti vocali, ma anche in diversi ambiti per automatizzare certe procedure ripetitive è noto, ma non è intelligenza artificiale generativa (AI), bensì intelligenza artificiale ristretta (ANI).

La prima (AI) si appropria della creatività umana senza permesso e senza freni. La seconda (ANI) automatizza e analizza un determinato set di dati.

Cohibeo condivide il sentimento di Linda, ma in modo più ampio:

«Resto però positivamente convinta che l’arte abbia ancora la forza di sfuggire agli algoritmi e a qualsiasi forma di automatizzazione.»


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