Nel secolo delle gallerie d’arte, delle videoteche, dei grandi schermi testimoni dell’ultima uscita; nel secolo della letteratura brevizzata, non tanto tascabile, quanto da tasca; nel nostro tempo, dove s’è perduto il sentore fondativo dell’umana specie della produzione artistica, relegandola a mero risultato e prodotto del vivere, torna utile valutare una certa letteratura rivoluzionaria, quantomeno sui generis, che si è occupata di uno dei temi più astrusi, oscuri, sibillini del nostro esserci: l’amore.
È singolarmente emblematico che, sorpassato il centro cittadino di Gimmerton, su per le colline, attraverso la brughiera inglese, che brulica di donne di servizio spedite al mercato e garzoncelli gonfi di latte appena munto da consegnare, si stagli Wuthering Heights, le cime tempestose. Non potevamo trovare teatro più affabile per tentare di comprendere, ai sensi del titolo su esposto, cosa s’intenda per patologia amorosa. Potremmo ricorrere facilmente a quadri più antichi, come il catulliano carme 85: il sempiterno odi et amo, di cui ancora si cercano interpretazioni coerenti, che colgano il senso semantico d’amare e odiare la stessa persona nel medesimo istante; oppure, a tutta la produzione medievale, dalla Provenza a Firenze, che concretizza razionalmente, addirittura, un nuovo modus orandi dell’aspetto amoroso: d’altronde, risulta difficile “parlare” d’amore; di esso bisogna “ragionare”.
Eppure, quando la maschera Ellis Bell (alias Emily Brönte), nel 1847, introduce nel dibattito umano la sua versione dell’amore, riesce a strapparne una caratteristica sensazionalmente fondamentale – che ha costituito, sfortunatamente, la causa dell’utilizzo del suddetto romanzo, per epigoniche rappresentazioni di scarso gusto: trattasi della manifestazione più genuina della patologia amorosa e della sua estrinseca cronosensitività. Dobbiamo inevitabilmente chiarire questi due attributi: perché l’amore è patologico? Lo è nella peculiare capacità d’influenza sui sensi percettivi; nel simulare e dissimulare la realtà; nella derealizzazione in particolari scenari; nell’insensata produzione di riflessioni che escludono la razionalità corrente; nella devastante forza emotiva con cui percuote le membra. Ovvero, la sua patologia risiede nella manipolazione incontrollata di tutto ciò che ordinariamente risulta essere nelle disponibilità del nostro sistema nervoso.
Prendiamo ad esempio due estratti:
…se tutto il resto andasse distrutto, e rimanesse lui, io continuerei a esistere; e se rimanesse tutto il resto, e lui fosse spazzato via, per me l’universo si trasformerebbe in un grande estraneo…
Tralasciando la straordinaria bellezza dell’espressione e il carico emotivo recante seco, infliggendo crudelmente la razionalizzazione all’enunciato, verremmo alla conclusione che ci troviamo di fronte alla testimonianza di una totale dipendenza dell’individuo dall’essere nei pressi di un altro; nei pressi, ovvero, nel medesimo istante vitale di un altro. Si potrebbe portare ad ulteriori conseguenze questa espressione, notando che non è necessaria la prossimità spaziale, ma l’amore si realizzerebbe anche nella fase distale: diremmo con Keats, basterebbe il respirare la stessa aria dell’altro, il che è estensibile all’intero globo terrestre. Ne consegue, l’inaccettabilità dell’esserci in un mondo senza quel particolare essente.
Oppure:
…Nelly, io sono Heatcliff: lui è sempre nella mia mente, non come un piacere, non più di quanto io sia un piacere per me stessa , ma come il mio stesso essere…
Si configura, precipuamente, la sostituzione mendace di persona, per come la vedeva Rousseau nel teatro coevo: in questo passaggio si racchiude la spiegazione del famosissimo enunciato “di qualunque cosa siano fatte le anime, la mia e la sua sono della stessa sostanza”. Chi è oggetto e soggetto d’amore, di quello reale, barbaramente detto “platonico”, è costretto a cedere la propria identità all’amato, che a sua volta abbandona la propria. Possiamo, infine, trovarci al cospetto di quegli androgini di socratica memoria, che mirabilmente ci mostrano lo spossessamento delle personalità, con la conseguenza della formazione di un altro ente, che è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Catherine, in questo frangente, seppur descritta dall’autrice in condizioni emaciate e febbrili, tali da lasciar intendere che tali vaneggi possano trovar causa nella debolezza fisica, non può che rendere la propria volontà a questo sentimento dirompente.
La letteratura francese del Settecento, in particolar modo quella di stampo libertino, aveva già disposto un organigramma schematico delle patologie amorose, sino a giungere al più alto degrado della depravazione con le magistrali rappresentazioni del Marchese de Sade. L’amore, che sia consumato o meno, risulta oscillare pendolarmente tra quell’odio e amore catulliano di cui sopra, senza che possa configurarsi in un omogeneo e precostituito sentore. Siamo portati allo sconforto, allo scontro, alle scuse, all’affetto sovradimensionato, di nuovo al conflitto. Non poteva la Nostra eludere questa dimensione, tra santi e diavoli che cessano la loro ideologica lotta, scoprendosi partecipi della stessa anima, tautologicamente riportati ad una dimensione inerte e neutra, dov’è dolce il naufragio nelle distese dell’amore.
…perché non c’è miseria, degrado o morte, nulla che Dio o Satana possano infliggere, che avrebbe potuto dividerci; se stata tu di tua volontà a farlo. […] Tanto peggio per me, che sono forte. Ma io voglio vivere? Che razza di vita sarebbe una volta che tu.. oh, Dio! E tu vorresti forse vivere con l’anima nella tomba?…
La cronosensitività è un termine tecnico, utilizzato nell’ambito della filosofia dei linguaggi, che descrive un peculiare rapporto della parola e del linguaggio nella dimensione temporale e uno tripartito nella dimensione spaziale. È interessante valutare, alla luce di ciò, quanto sia cronosensitivo l’amore, nella fattispecie, quanto esso dipenda dallo scorrere del tempo, o meglio, quanto il divenire non abbia alcun effetto su di esso, se non marginale. Abbiamo perso l’abitudine di frequentare certe narrazioni, in cui il rapporto tra individui veniva espresso in maniera semplice, in particolare in quegli scenari in cui volevasi configurare un rapporto amoroso: il lettore moderno, e non solo, potrebbe rimanere basito dalla facilità in cui un personaggio di una letteratura passata, possa cadere nelle grinfie dell’amore. Amore a prima vista? Questa categorizzazione potrebbe indurci nell’errore di estraniare questa condizione da un’altra serie di manifestazioni amorose. Potremmo giungere all’estrema conclusione che al di fuori dell’amore scaturito da un fendente veloce e improvviso, non vi siano realmente le condizioni perché si manifesti ciò che è stato sinora descritto: si rischia scambiarlo per una combinazione di confidenza e reciproco piacere nella frequentazione. Ricorderei, a questo punto, un breve racconto, pubblicato tra il 1870 e il 1871, da Giovanni Verga, che tesse i tratti dell’amore attraverso la metamorfosi della capinera, una piccola capinera racchiusa, innamoratasi della libertà, al primo soffio di vento che ha lambito le sue esili ali. Tornando alla Brönte:
…Amarlo! Amarlo! Si è mai sentita una cosa simile? A questa stregua io potrei dire di amare il mugnaio che viene una volta l’anno a comprare il grano. Bell’amore, davvero… se sommiamo le due volte che avete visto Linton, fanno meno di quattro ore della vostra vita! Ecco qui le vostre stupide bambinate. Adesso le porto in biblioteca e vediamo cosa dirà vostro padre di tanto amore!…
La scrittrice ha inserito una straordinaria e plausibile contraddizione di cui sopra, che in fondo, è l’obiezione che potrebbe essere mossa dai più, nell’istante in cui qualora si continui a racchiudere il ragionare d’amore proprio nella razionalità della ragione: quel ragionare ha poco a che fare con gli schemi analitico-logici che sottoponiamo quotidianamente alla realtà che ci circonda. Pur essendo l’amore un’escrescenza dell’essente, e, dunque, di qualcosa che presupponiamo reale, non è sottoposto a leggi geometriche; probabilmente, non è sottoposto a legge alcuna, se consideriamo attentamente l’analisi del Simposio platonico. Possiamo concludere, sottolineando che la cronosensitività, nel caso dell’amore, è nulla. Non è certo oggetto di riconsiderazioni o ricondizionamenti.
In conclusione, è solamente attraverso la manipolazione della parola, adoperata dal parlante, che può avvicinarci ad una parziale verità su un tema così vasto; non è un caso che il lavorio attorno all’amore sia oggetto esclusivo della letteratura e delle arti in generale. Adocchiare, seppur in lontananza, una compiuta definizione, è assolutamente impossibile, trattandosi d’un aspetto che risiede nei meandri più oscuri del nostro essere; si possono, altresì, evidenziare – come in questo caso – le esteriorità che riguardano l’amore, o meglio, le manifestazioni esplicite. In fondo, trattasi di nient’altro che:
…lui diceva che il modo migliore di passare una calda giornata di luglio era starsene sdraiati da mane a sera su un pendio d’erica in mezzo alla brughiera, con intorno il ronzio irreale delle api trai i fiori, e il canto delle allodole lassù, e il sole forte che splende senza sosta in un cielo azzurro e limpido: era questa la sua idea perfetta di felicità celeste. La mia era invece cullarmi tra la verzura frusciante di un albero, con il vento che soffia da ovest, e nuvole candide che scorrono rapide in alto, e non solo allodole, ma anche tordi, e merli, e fanelli, e cuculi, e la loro musica che si riversa da ogni parte, e la brughiera in lontananza, interrotta da forre cupe e fresche; e più vicino, tutto un ondeggiare di erba alta che il vento gonfia di enormi flutti, e boschi, e un risona d’acque e il mondo intero desto e pazzo di gioia. Lui voleva tutto disteso in un’estasi di pace; io che tutto scintillasse, e danzasse in una grande, magnifica festa…
Marco Mariani
Foto: “Photo booth couple break into laughter” di simpleinsomnia sotto CC BY 2.0.


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