Una nota di lettura sul romanzo bestseller che racconta l’orrore della violenza
e la forza salvifica della parola, da Tennyson ai poeti di guerra
Un libro che chiama a raccolta tutti gli autori simbolo della Grande Guerra: dai giovanissimi Alain-Fournier (Il grande Meaulnes) e Rupert Brooke (1914 e altre poesie) ai war poets Isaac Rosenberg, Charles Sorley e Wilfred Owen, assieme al loro mentore Siegfried Sassoon. In filigrana, gli echi ai maestri Remarque (Nulla di nuovo sul fronte occidentale) e Céline (Viaggio al termine della notte). Per concludere, un debito personale al mitico Robert Graves (l’ispirazione primaria e dichiarata del racconto è l’autobiografia Addio a tutto questo, mescolata al Testamento della gioventù di Vera Brittain). Eppure, si tratta di un originale romanzo contemporaneo dedicato a una generazione perduta, composta perlopiù da giovani eroi.
Con In Memoriam (uscito in Italia per Garzanti, nella traduzione di Federica Merati e Roberta Scarabelli1), Alice Winn ha conquistato il cuore di due continenti, meritandosi un posto d’onore sulle maggiori testate internazionali. Il suo esordio letterario, forte di rimandi alla tradizione, ha una carica a dir poco esplosiva. Divenuta presto bestseller in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, questa sensazionale opera prima è il frutto di un accurato lavoro di ricerca biografica che accompagna la fedele ricostruzione degli eventi bellici, conosciuti e studiati a fondo dalla scrittrice. Per inciso, i famosi In Memoriam del titolo sono i tributi per i caduti in azione, pubblicati sulle riviste collegiali di inizio Novecento (sull’esempio dei registri di necrologi del Marlborough College, redatti in gran parte dai compagni delle vittime).
Animata dalla passione per la poesia inglese fin dalla laurea ad Oxford, la scrittura di Alice Winn rielabora le sue fonti con uno stile arguto e raffinato, riportando il rigore della ricerca storica alla luce della modernità, attraverso la strada della finzione, senza per ciò scadere in un pastiche di citazioni colte. Le parole dei classici antichi e moderni, intercalate con grazia all’interno della narrazione, fanno eco a temi brucianti: il desiderio e l’amore omosessuale si legano qui alla morte e al dolore della perdita.

Durante la prima guerra europea (siamo all’alba del conflitto, tra il 1914 e il 1915, con continui slittamenti temporali agli anni immediatamente precedenti), la storia ruota intorno alla scoperta dell’intimità da parte di due ex studenti inviati al fronte: l’aspirante poeta Sidney Hellwood e il suo migliore amico Henry Gaunt, di origini tedesche e campione di boxe dell’istituto. A metà tra affresco d’epoca e romance a tema bellico (ormai virale fra i lettori young adult), l’autrice statunitense intesse un tenero elogio dei legami camerateschi sorti tra i banchi di scuola e ritrovati da molti ragazzi di leva nell’esercito, lanciando infine un potente grido d’internazionalismo. Un’importante lezione d’umanità e pacifismo che ripercorre le fila di un amore sbocciato nell’epicentro della tragedia.
Dietro il titolo monumentale del romanzo si celano, dunque, sia i ritagli dai numerosi school magazines passati al vaglio della studiosa – oltre allo spoglio dei giornali di trincea (in stile Wipers) – riportati nelle prime pagine del volume, sia il riferimento fortunato a una delle più commoventi elegie che siano mai state scritte in lingua inglese, ovvero In Memoriam A.H.H., il poema dedicato da Lord Alfred Tennyson al suo amico del cuore Arthur Henry Hallam (morto prematuro e compianto nella lirica).

Dei versi di Tennyson si nutre l’amicizia romantica, non priva di tensione erotica, fra i due protagonisti, compagni di scuola fin dall’infanzia, i quali arrivano a coniare, sul filo della metrica, un proprio codice segreto di stampo poetico. Così, i due amici per la pelle si muovono, di nascosto, fra le pieghe di un amore – ricambiato ma proibito dalla legge – di cui imparano man mano a riconoscere il significato, dando ascolto ai profondi sospiri del cuore.
Al fronte la poesia è un’“inutile” panacea, ma ha almeno il potere di rigenerare i nervi dei soldati sconvolti dall’orrore delle bombe, lontana dagli ideali nobili e cavallereschi instillati dalla propaganda nazionalista. Non appena Sidney declama in pubblico oppure mentre sussurra all’orecchio di Gaunt le stanze di Tennyson (o i passi più dolci dei sonetti di Shakespeare), per il giovane capitano in preda allo shell shock la voce dell’amico più intimo è un balsamo sulle ferite e, insieme, uno squarcio nella memoria che lo riporta agli anni di scuola, allo studio degli antichi greci (quando le traduzioni di Omero, Euripide e Tucidide erano le sue uniche preoccupazioni) e agli allenamenti sportivi condivisi coi compagni nella public school: l’alma mater è il prestigioso Preshute College, un’altra Marlborough (di cui è stata allieva e sa tutto la stessa Winn).
Su pressione dei propri ambienti domestici, per sventare la vergogna dei pavidi, gli alunni dell’ultimo anno si arruoleranno uno ad uno volontari nei ranghi dell’esercito (prima di partire, Gaunt riceve una piuma bianca, simbolo di inazione e disonore, da una jingo woman che inneggiava i bei ragazzi a prendere parte alla campagna). In breve tempo, finiranno per marciare assieme sui campi sanguinosi delle Fiandre. Nel corso della storia, i ragazzi del battaglione saranno testimoni delle atroci operazioni di Loos, Passchendaele, Ypres, fino alla Somme, tra scene di fervido eroismo e perdite ingloriose in mezzo allo spreco della Terra di Nessuno.
Quando Gaunt e i suoi camerati vengono fatti prigionieri dei tedeschi, sembra quasi di leggere una poesia da incubo di Wilfred Owen, intrappolati nella visione sotterranea di Strano incontro:
Mi parve di esser sfuggito alla battaglia
In un profondo cunicolo buio, scavato epoche fa
Tra massi di granito forgiati da guerre di titani.
[…]
Da mille dolori era segnato il volto di quell’ombra,
Sebbene dalla superficie lì non scendesse sangue,
Né gli spari sordi delle armi, o il loro rimbombo lungo i cunicoli.
«Ignoto amico», dissi, «non c’è motivo di pianto qui».
«Nessuno», disse l’altro, «solo per gli anni disfatti
L’assenza di speranza. Qualsiasi fosse la tua speranza
Era anche per me la vita; selvaggiamente sono andato a caccia
Della più selvaggia bellezza del mondo,
Che non vive in occhi calmi e capelli intrecciati,
Ma irride l’ordinato scorrere delle ore,
E se soffre, soffre più intensamente che qui.2
L’ultimo membro del gruppo di Preshutian a prendere parte alla battaglia sarà il carismatico Sidney, vero fiore all’occhiello del collegio (adorato da tutti per talento e bellezza, quindi perdonato per i peccatucci commessi nei dormitori). Romantico e idealista, il giovane poeta dal viso d’angelo (ricalcato sul profilo di Rupert Brooke) – bravo in tutto tranne che nel ruolo di buon soldato – raggiungerà gli amici nelle retrovie, mosso dalla speranza di ricongiungersi all’amato Gaunt e, se necessario, cadere con lui sulla linea del fuoco. Difatti, il loro rapporto, costruito su sentimenti non detti e tenerezze reciproche durante gli anni di formazione, divamperà tutto d’un colpo all’ombra delle trincee.
Una volta giunti sulla linea e in attesa dell’azione in campo, soltanto la paura della morte potrà spezzare la morsa di moralismo che li vedeva condannati al giogo del silenzio in patria. Lasciate alle spalle le severe punifizioni scolastiche, la pena prevista dalla corte marziale per i crimini d’omosessualità sfuma, come ogni altra cosa umana, in un’ombra divorata «nelle fauci della Morte» (come recita La carica della Brigata Leggera di Tennyson). Contro l’ennesimo nemico – forse il più difficile da sconfiggere perché radicato nella natura umana – i due compagni combatteranno insieme, contra mundum, da fratelli in armi, fino ad accettare sé stessi e il rischio del loro legame speciale:
Solo che quello non era stato un gesto di disobbedienza a un ordine preesistente, pensò Ellwood. Aveva ottemperato alle istruzioni non scritte in un’altra lettera del suo amico dopo la seconda battaglia di Ypres: spero di poterti rivedere prima di morire. Vieni, lo esortavano quelle parole. Ho bisogno di te. Ed Ellwood, obbediente come al solito, si era subito arruolato. Si chiese se Gaunt sapesse che avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui. «La mia polvere all’udire lei batterebbe, / se anche fossi morto da un secolo», recitò Tennyson, perfetto per l’occasione.
Per ridimensionare l’ampio successo di critica riscosso nel mondo anglofono, l’unico punto debole del romanzo risiede nella scelta, pur consapevole e legittima, nata dalla volontà di circondare i due affascinanti protagonisti di un gruppo di compagni affiatati, sensibili e tolleranti perfino davanti all’evidente intensità della loro amicizia affettuosa, immersi nell’ambiente omosociale delle public schools, simile al corpo di un plotone. Una licenza che – come capita in molte riletture moderne – può forse far storcere il naso al lettore più acuto. Ciò che sorprende, invece, è la maestria, nonché la delicatezza, con cui Winn racconta le scintille di un giovane amore perduto, a partire dalle pagine più oscure della storia. Prendendo a modello l’epigrafe del Maurice (composto nel 1914 ma pubblicato soltanto nel 1971) di E.M. Forster, la consegna della libertà è affidata, anche in questo romanzo, «a un anno più felice», attraverso un monito di speranza per le nuove generazioni che si affacciano, per la prima volta, alla letteratura di guerra.
Pierluigi Piscopo
Foto: Scena del bacio fra soldati dal film Wings (1927) di William A. Wellman
Dal primo capitolo del romanzo:
Quell’anno Ellwood era un prefetto, perciò aveva una stanza splendida con una finestra che dava su una singolare sporgenza del tetto. Si aggirava sempre in posti da cui avrebbe dovuto tenersi alla larga, ma ad amare quel terrazzino era soprattutto Gaunt, a cui piaceva osservare i ragazzi che entravano e uscivano furtivi dalla Fletcher Hall per sgraffignare biscotti, i prefetti che oziavano sul prato del cortile e il maestro d’organo che lasciava la cappella. Lo tranquillizzava sapere di essere sopra la scuola e vederla funzionare anche senza di lui. A dire il vero, nemmeno Ellwood disdegnava starsene sul tetto, con le mani fingeva di imbracciare un fucile e di sparare ai passanti. «Maledetto crucco! L’ho beccato all’occhio. Prendi questo e portalo a casa dal Kaiser!» Gaunt, che era cresciuto trascorrendo le estati a Monaco, preferiva non prendere parte a quel gioco in cui ci si trasformava in soldati. Tenendo una copia del «Preshutian» su un ginocchio per voltare pagina, finì di leggere l’ultimo “In Memoriam”. Conosceva sette dei nove soldati uccisi, ma il necrologio più lungo era quello di Clarence Roseveare, il fratello maggiore di un ragazzo della cerchia di Ellwood. Per ricordare il suo amico – e nemico – Cuthbert-Smith, invece, era bastato un misero paragrafo. Entrambi i giovani, assicurava il «Preshutian», erano morti da gentiluomini valorosi, come ogni singolo studente di Preshute che fino ad allora era caduto in guerra.
[…]
«Mi chiedo cosa direbbe il mio “In Memoriam”.» «Ragazzo vanitoso muore in uno strano incidente con l’ombrello. Indagini in corso.» «No», replicò Ellwood. «Pensavo più a una cosa simile: “Oggi la letteratura inglese ha perso la sua stella più luminosa…!”.» Sorrise a Gaunt, che non ricambiò, troppo impegnato a tenersi ancora la mano sullo stomaco, neanche le budella potessero fuoriuscirgli, com’era accaduto a Cuthbert-Smith, se solo avesse provato a toglierla. Notò che all’amico quel gesto non era sfuggito. «Io scriverei il tuo, sai», bisbigliò Ellwood a mezza voce. «Tutto in versi, immagino.» «Ovviamente. Come ha fatto Tennyson per Arthur Hallam.» Ellwood si paragonava spesso a Tennyson e Gaunt all’amico più intimo del poeta, che lui trovava per lo più affascinante, tranne quando rammentava che Arthur Hallam era passato a miglior vita all’età di ventidue anni e Tennyson aveva trascorso i successivi diciassette a scrivere poesie cariche di dolore. Allora, trovava il tutto un po’ troppo macabro, quasi Ellwood desiderasse che lui morisse in modo da avere qualcosa di cui scrivere. […]
Gaunt non riusciva a immaginare niente nel silenzio. «Credi nella magia?» domandò. Il suo amico fece una pausa così lunga che Gaunt avrebbe ripetuto la domanda, se si fosse trovato di fronte un’altra persona. «Credo nella bellezza», rispose infine Ellwood. «Sì», replicò Gaunt con fervore. «Anch’io.» Si chiese cosa si provasse a essere come Ellwood, un tipo che non guastava mai la bellezza di un luogo, semmai la esaltava. «Tutto questo è una forma di magia», disse il ragazzo, riprendendo a camminare. «Il cricket, la caccia, la brina sui prati nei pomeriggi d’estate. L’Inghilterra è magica.» Gaunt aveva la sensazione di sapere cosa avrebbe aggiunto Ellwood. «È per questo che dobbiamo combattere per difenderla.» L’Inghilterra di Ellwood era davvero magica, pensò Gaunt, facendosi strada tra le ortiche. Ma non era la vera Inghilterra. Lui era stato nell’East End una volta soltanto, quando sua madre lo aveva portato a distribuire zuppa di pane ai tessitori irlandesi. Là di cricket, caccia o brina sui prati non c’era neanche l’ombra.
- https://www.garzanti.it/libri/alice-winn-in-memoriam-9788811008477/ ↩︎
- W. Owen, Strange Meeting, trad. it. di Paola Tonussi, in War poets. Scrittori britannici nella Prima guerra mondiale, Ares, 2022. ↩︎


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