«La memoria è un’infrastruttura critica. Va manutenuta come una rete elettrica.» — Manuale operativo dell’Aggiornatore, sez. 0.1, Tianxin Cognitive Industries, Shenzhen 2034.
Mi chiamo Vincenzo Petrucci e faccio l’aggiornatore da dieci anni. Prima, per ventuno, ho fatto le lavatrici. La differenza è meno grande: cambia il programma, non il principio. Si carica, si avvia, si aspettano tre minuti, si controllano i LED. In Antonio Merloni ne ho montate trentamila. Adesso ne aggiorno otto al giorno. Le mani sanno già.
Quando lo stabilimento ha chiuso, nel 2030, eravamo in trecentosessanta. Sono uscito alle quattordici e venti del primo aprile, con il badge e una busta di plastica. Mio cognato mi ha chiesto: «E mò che fai, Vincè?» Gli ho risposto che Caterina aveva quattordici anni e l’università costava. Non c’era altro da dire.
Tianxin Cognitive Industries ha comprato il capannone B nel 2032. Sui giornali locali uscì un trafiletto: La Cina rilancia Fabriano, dall’elettrodomestico alla persona. Col bando di riqualificazione siamo entrati in trentadue dei vecchi. Sei settimane di corso, contratto a tempo indeterminato, milleottocento euro netti. Ho firmato per primo perché ero delegato sindacale. Mi sono portato dietro Marco, Renato, Saverio, Fabio, Gianni e Vito. Al bar mi pagano ancora il caffè per riconoscenza.
L’apparecchio si chiama UMR-9, Unità di Manutenzione del Ricordo. Noi lo chiamiamo il pettine. Pesa quattrocentottanta grammi, va a induzione, ha tre LED che diventano verdi quando il ciclo è completo. Quando il LED si accende, una vocina femminile in mandarino dice una parola: 完成. Wánchéng. La sentiamo otto volte al giorno da dieci anni. Nessuno chiede cosa significhi. È rumore di fondo, come il bip delle lavatrici a fine ciclo.
Aggiornare un ricordo non è cancellarlo. Cancellare era la prima generazione, lasciava buchi. L’aggiornamento è elegante: si interviene sui marcatori emotivi, sui dettagli di contorno. Il fatto resta. Il significato cambia. Si ricorda di aver perso la madre il quattordici novembre, ma non più che pioveva, che il medico parlava al telefono mentre glielo diceva. I fatti sono manutenuti. Le sbavature, no.
I pacchetti hanno nomi che ci hanno fatti sentire subito a casa. Lutto Delicato. Divorzio Centrifuga. Mobbing Ammorbidente. Genitorialità Neutra. Marco, la prima volta che lesse il listino, rise: «Vincè, è uguale alla centrifuga del 2003. Ci hanno fregato tutti, ma almeno ce la fanno fare.»
La cella di collaudo Q4, dove vent’anni fa testavo le centrifughe, adesso è il mio ambulatorio. Sul muro c’è ancora il cartello giallo: VIETATO TOCCARE I COMANDI A CICLO AVVIATO. Accanto, uno nuovo, bilingue: NON INTERROMPERE L’AGGIORNAMENTO. 不要中断更新. Nessuno ha tolto il primo. La felce della busta del primo aprile sta sul davanzale, accanto alla tazza con scritto MIGLIOR PAPÀ DEL MONDO — regalo di Caterina del 2015. Sotto, sbiadito: MERLONI ELETTRODOMESTICI – PREMIO PRESENZA 2014.
Il venerdì pomeriggio, dopo il turno, andavamo a Porto Recanati. Quarantacinque minuti di Superstrada. Marco guidava la Punto, io davanti, dietro Saverio e Renato. Pane e ciauscolo dalla bottega di Lina, vicino al lungomare. Caffè corretto al Varnelli al bar Diana. Il mare grigio anche d’estate. «Vincè, sta volta qua però paghi tu, frichì.» Si parlava della Juve, delle figlie, dei mutui, mai del lavoro. Il lavoro restava in fabbrica. Il venerdì era nostro.
Quando lo stabilimento chiuse, il primo venerdì dopo l’ultimo turno andammo a Porto Recanati lo stesso. «Mica dobbiamo gambiare pure quistu, uagliò.» Il secondo venerdì in cinque. Il terzo in tre. Il quarto da soli, io e Marco. Poi non ci siamo più andati. Il chiosco di Lina ha chiuso nel 2031.
Caterina oggi ha diciotto anni. Studia economia a Camerino. Non è più mia figlia da otto mesi.
Cioè: lo è giuridicamente, biologicamente, anagraficamente. Non lo è memorialmente. È stata lei a richiedere l’aggiornamento al Polo distaccato di Camerino. Aveva diciassette anni e nove mesi. La Direttiva consente l’aggiornamento sopra i sedici se il soggetto è valutato cognitivamente competente da uno psicologo accreditato. Lo psicologo che l’ha valutata in quaranta minuti si chiama Marco Gasparini. Lavorava in linea cinque alla ex-Indesit. Tre anni di valutazioni, sei settimane di corso. Lo conosco. Ci ho giocato a briscola.
Il pacchetto si chiama Genitorialità Neutra. Duecentottanta euro, copertura sessanta per cento. Il padre resta nei ricordi, ma diventa un personaggio funzionale. Le frasi restano, ma il calore con cui le ha dette no. Sta scritto così nel depliant: La presenza paterna viene riformattata in un formato leggero, compatibile con l’autonomia psicologica del soggetto in fase di transizione adulta.
Caterina è venuta a casa la sera dell’aggiornamento. Era serena. Mi ha salutato con educazione. Ha mangiato la pasta. Ha detto che era buona, con il tono con cui si dice a un vicino di casa che il caffè è buono. «Tranquilla, papà.» La parola papà l’ha detta come si dice una parola studiata a scuola e non parlata più.
Stamattina ho aggiornato otto persone. I LED sono diventati verdi otto volte. La voce ha detto wánchéng otto volte. Ho dato otto caramelle balsamiche.
Alle quindici e dodici ho fatto una cosa che il manuale non prevede ma che il software contempla, dal 2036, per evitare problemi. C’è un’opzione di servizio, l’hanno installata dopo che un operatore di Senigallia — un ex-Whirlpool — si è impiccato nello spogliatoio. La chiamano Genitorialità Neutra Speculare. È riservata al personale.
Ho calibrato il pettine su me stesso. Ho letto il consenso. L’ho firmato. Ho avviato.
Tre minuti.
I LED sono diventati verdi.
La voce ha detto wánchéng. Per la prima volta l’ho sentita davvero — come parola. È stata l’ultima cosa intera che mi si è formata in testa.
Sono uscito dalla cella Q4. Ho timbrato. Sono salito in macchina.
Sulla Superstrada, al cartello marrone PORTO RECANATI 38 KM, le mani hanno sterzato a destra prima che il cervello capisse perché. Le mani sapevano. Le mani avevano quarant’anni di venerdì nelle dita, e tre minuti di pettine non bastano a riformattare quarant’anni.
Sono arrivato al lungomare alle sedici e dieci. Il bar Diana ha le tapparelle abbassate da otto anni. La bottega di Lina è diventata un negozio di articoli da spiaggia gestito da cinesi — altri, non Tianxin. Mi sono seduto su una panchina davanti al chiosco chiuso. Ho aspettato.
Il telefono ha squillato. Caterina, diceva il display. Ho guardato il nome. Non sapevo più chi fosse. Sapevo solo che non era tra i nomi attesi. Marco. Renato. Saverio. Quelli. Ho lasciato suonare. Ha smesso.
Il sole scendeva sul mare grigio. Ho pensato: me par che sta volta qua tardano. Mò arrivano. Ji’ a comprà ‘l ciauscolo da Lina, va. Mi sono alzato. Ho attraversato la strada. La bottega era chiusa, ma per me era aperta. «Lina, du’ etti, e du’ panini.» Lina non c’era. Sono tornato alla panchina. Ho aspettato.
Alle diciotto e quaranta è arrivato un ragazzo cinese del negozio. Mi ha chiesto se stavo bene. Gli ho risposto in dialetto: «Aspetto li cumbagni, frichì. Vengono dalla fabbrica.» Lui ha annuito. È rientrato. Ha chiamato qualcuno.
Alle diciannove e quindici è arrivata un’auto della Tianxin Assistenza Operatori. Due colleghi giovani, mai visti. Educati. «Signor Petrucci, viene con noi?» Sono salito. In macchina, uno dei due ha aperto un tablet. Ha digitato una stringa. Ha detto al collega, in italiano stentato: «Caso ricorrente. Memoria operaia residua. Aggiornare di nuovo, programma intensivo. Tre cicli.»
L’altro ha annuito: «Wánchéng arriva sempre, alla fine.»
Ho guardato fuori dal finestrino. Il mare di Porto Recanati si allontanava. Ho pensato che il caffè corretto al Varnelli, almeno quello, lo avrei chiesto domani al bar. Domani è sabato. Il sabato si lavora di mattina. Poi a casa. C’è la pasta. È buona.
C’è una ragazza che la cucina.
È una ragazza educata.
Vincenzo Petrucci — inedito
Gabriele Micozzi
Foto: Pubblicità su un giornale del 1933 della lavatrice Maytag, Joe Wolf


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