«Oltre l’aurora e l’abisso»: tracciare il divino nel profano

"Le Septième Sceau - du corps profane au corps Glorieux DSC03293" by Abode of Chaos is licensed under CC BY 2.0.

Dispositivi concettuali: il REM e L’Aleph

Si dice che agli dèi l’unica cosa che manchi davvero tra quelli che dagli umani vengono visti come bisogni, ad esempio la fame, la cupidigia, quello che manchi davvero loro sia l’amore.
Si dice di come essi riescano a vedere nel petto come attraverso un vetro terso ed eleggano tra miliardi l’anima che si incastra meglio alla loro.

L’amore degli dèi non è come quello dell’uomo, eterno lo è davvero, come il tradimento, il rancore.
Qualcuno ha compreso che il rancore non può che essere una comoda coperta per incrostarsi sulle proprie convinzioni senza fare lo sforzo di andare un passo più in là a vedere. A vedere.

Alcuni uomini che sanno che la loro vita è così breve, hanno capito quanto inutile sia questo rancore. Gli dèi questo non possono capirlo, il loro dolore è eterno. Sono costretti a portare addosso quella ferita per sempre, senza che il tempo possa alleviarla o cicatrizzarla perché su di loro questa bella illusione non ha effetto, ogni secondo vale come un anno. E se vivi un anno come un secondo allora il dolore è sempre vivo e la ferita sanguina come se fosse stata appena inferta, ad aeternum.

E se l’uomo, essere imperfetto riuscisse a trovare tra tanti il fiume che dona l’immortalità e a bere dalle sue acque?

L’identità, un coacervo di concetti e idee ascrivibile solo a quel nucleo, assume una grande rilevanza nella raccolta “L’Aleph” di Borges, il labile confine tra uomo e uomo, tra l’uomo e il sé che vagola nella storia come il suo parallelo riflesso in uno specchio. Anche in questa raccolta lo specchio ritorna come dispositivo materiale, strumento che rende evidente la frammentazione dell’Io nel tempo vissuto e in parallelo, in altre “finzioni” o dimensioni temporali. Lo scontro con l’altro che ci sorprendiamo a scoprire essere sempre nient’altro che noi stessi, tra il metafisico e il tono biblico da Sacre Scritture, con brevi accenni al poliziesco, in misura inferiore rispetto a “Finzioni”. 

L’altro filo che unisce i racconti e le due raccolte sono le trame ineffabili dell’imperscrutabile sistema di cui Borges rinviene le leggi che danno ordine al caos, in quegli intrichi imperscrutabili alla gran parte dei terrestri, corroborate dal pensiero degli antichi e degli studiosi illuminati, reali o fittizi.

Borges come i surrealisti cerca di indagarlo, gli uni lo fanno analizzando le manifestazioni dello «stupefacente immagine» a partire da un processo psichico, denunciando la truffa del genio, proprio facendo leva su quel concetto platonico della reminiscenza, Borges lo fa attraverso il linguaggio, scritti illuminati, invenzioni, per dedurne delle leggi. Una visione, quella di Borges, massimamente nichilistica che perverte i normali equilibri della morale imperante, a cui l’autore non è nuovo.

La lentezza e il ritmo da Sacre Scritture della scrittura borgesiana ravvisati nei suoi racconti, narra dei misteri insondabili e delle influenze tra cielo e terra, cercando di riportarli alla luce enunciando precetti esatti sulla divinità, sugli occulti, ma concreti misteri insondabili del vero Sistema che governa gli equilibri terrestri e l’umano per giungere all’invenzione di un dispositivo concettuale: l’Aleph.

L’Aleph di Borges è un punto, un baule-mondo «dove si trovano senza confondersi né sovrapporsi tutti i luoghi della Terra, visti da tutti gli angoli» agisce come un caleidoscopio in cui tutto l’Universo racchiuso è visibile.

I Trogloditi erano Gli Immortali e Omero che aveva scritto l’Odissea era uno di questi. Essi si erano allontanati dalla città immortale e l’avevano rasa al suolo, costruendone un’altra labirintica dalle linee geometriche asfissianti e si erano stanziati fuori dalle sue mura.

Avevano bevuto alle acque del fiume che dava l’immortalità. E se c’era un fiume che dava la vita eterna, allora, per la legge di compensazione cui gli immortali erano devoti, senza dubbio ci sarebbe stato un altro fiume che privava dall’immortalità, come l’antidoto ad una malattia che condannava alla perdita del senso del concreto, allontanava il rischio di ferimento e morte, condizione in cui l’unico piacere possibile era ravvisabile nel pensiero.

Secondo Gli Immortali il bene e il male sono cumulativi, è indifferente che si compia il bene o il male perché entrambi nutrono un sistema di compensazione che ci è impossibile scrutare nella sua interezza, nelle cause e negli effetti. 

Secondo Borges l’immortalità, specie quando ne si è a conoscenza, rende apatici, e l’eternità è un presente immobile. L’uomo che sappia d’essere immortale perda ogni umana passione o interesse, che sia infine condannato all’abulia, l’unica occupazione si concretizza nelle astrazioni, completamente dimentichi del mondo materico.

«Il pensiero più fugace obbedisce a un disegno invisibile e può coronare, o inaugurare, una forma segreta»

Se si suppone che l’onnipotenza divina derivi dalla conoscenza, e che l’umano immortale pur potendo contare sulla sua uscita vittoriosa sul tempo, appare evidente una contraddizione: l’umano seppur immortale non è divino, se la coscienza porosa è soggetta all’oblio allora essa non può essere attributo del divino, e l’uomo immortale, senza la memoria resta comunque imperfetto, conservando in sé la sua vulnerabilità al confronto col tempo, l’unica cosa suscettibile della sua impronta. 

Che sia la memoria, e non l’immortalità il vero attributo del divino? 

Se l’uomo in due stagioni può ricreare la sua voglia d’essere nel turbine delle emozioni ad ogni stagione, continuamente esser tradito e non viverla come una tragedia, gli dèi non possono.
È il prezzo che si paga per l’immortalità.
Un tradimento riuscirà a fluire in una memoria debole che non trattiene.
Sente il distacco dal dolore di ora in ora.
Il divino paga a caro prezzo le sue facoltà ed è per questo che non può e non deve abusarne. 

Eleggere ogni momento, fa scolpire in una memoria imperitura.
Ogni situazione va portata al suo compimento per non permetterle d’esistere nell’infinito.

Giove pittore di farfalle, Mercurio e la Virtù di Dosso Dossi

Se guardi il dettaglio di questo dipinto comprendi che quelle falene non sono reali. È Giove che le dipinge. Il dettaglio trae in inganno: non sono che rappresentazioni. Oggi viviamo nelle rappresentazioni e le cose che possiamo osservare svolgersi davanti ai nostri occhi, constatarne seppur dall’imperfetto oggettivo del punto di vista, sono così risicate che vale la pena collezionarle.

La rappresentazione è resa evidente, spogliata, come le strutture portanti di un edificio non coperte dall’intonaco. Come quando uno scrittore scrive un romanzo senza infingimenti esplicitandone la cornice e gli intenti che hanno dato impulso alla sua penna.

Giove nella sua deità custode della realtà impegnato in un’attività frivola, padrone dei palinsesti, come un dono all’umanità ci rende consapevoli di quella finzione.

Guarda, uomo: dipingo farfalle e te le mostro nel momento in cui le dipingo sulla tela del cielo. Ti mostro la realtà della rappresentazione, la finzione in cui vivi, nell’illusorio palcoscenico della tua infinita vanità che ti credi unico fautore delle azioni del vivere che io stesso ti concedo.

Guarda umano queste farfalle che sembrano muoversi, che in realtà sono immobili, come il concetto di tempo che ti salva dalla follia. E a volte te la restituisce.

Non c’è nulla di nuovo sulla Terra. Platone immagina che ogni conoscenza non sia altro che ricordo, mentre Salomone emette la sua sentenza affermando che ogni novità non è altro che la conseguenza dell’oblio a cui l’uomo è soggetto con la sua coscienza porosa. Così reca in esergo con una citazione di Francis Bacon ne “L’immortale” 

Non credo nelle ripetizioni pedisseque, credo che il pensiero derivato, ed avanzamenti in un discorso centrale possano permettere alle cose di evolversi, partendo da un principio generale, che se l’uomo è il prodotto dell’infinito, di un qualche collegamento col divino, allora le scorte del tangibile non possono esaurirsi con quell’unica dozzina di sensibilità alterate dal collegamento col sistema inconoscibile, che se la storia è un circolo come credono anche gli ebrei, allora ci sono delle variabili che rendono dissimile quel ripetersi, con delle conseguenze inaspettate.

Il REM invenzione di Cărtărescu, neanche questa del tutto nuova, riprende da El Aleph di Borges è lo stesso Cărtărescu ad ammetterlo, citandolo direttamente e indirettamente, ma si basa sulla nostalgia inflitta dalla memoria, un collegamento sempre presente con ciò che si è già avuto.

L’omonimo racconto, contenuto nella raccolta “Nostalgia” è un ulteriore dispositivo concettuale.

Il REM è la notte in cui un uomo e una donna si raccontano, nelle loro ossessioni, tra gli amplessi, nel segreto della notte, ogni asperità o mostruosità diviene irresistibilmente affascinante. Non abbastanza da trattenere l’uomo che alle prime luci dell’alba lascerà la stanza lasciando la donna con i suoi stracci in mano, come se non fossero mai stati abitati da un corpo. È la resa criptica della reale ispirazione, un dipinto che ho cercato di scovare e che ho ravvisato più prepotente nelle immagini, anche se non perfettamente sovrapponibile.

Le lettere di un poster strappato solleticano l’enigma: REM, e mi suggeriscono in Rembrandt, parte dell’ossatura ispirativa del racconto, la miccia che ha dato vita a questo dispositivo concettuale.

Il REM è l’autore chiuso in una stanza a dare vita a quanto assisteremo davanti alla sua macchina da scrivere.

Il REM è forse la causa di tutte le cose, il cercare di comprendere quali azioni hanno dato avvio alle situazioni, trovarsi davanti una persona e cercare di indagare il germe delle sue azioni, in quale credenza ha creduto, in un atto che è stato qualcosa accaduto dopo, infinitamente dopo, ma che chi cercava la catastrofe dell’errore lo ha presentato come l’innesco, prima, infinitamente prima.

Il REM sarà la nostalgia quando ora è già dopo, e che tutto si è avuto e importa soltanto quanto siamo rimasti candidi, infinitamente puri.

Il REM è una temporanea uscita del cronos, un vedere le cose, la propria storia dall’esterno, e sentirne nostalgia. Solo un ricordo mirifico può innescarlo. 

Paragonabile all’Ausschaende Idea di Louis Aragon, l’idea intuitiva, l’idea che si guarda dal di fuori applicata da Aragon al contesto urbano nelle visioni che gli vengono ispirate da comuni installazioni del tessuto urbano o dalle energie risultanti dai luoghi e degli avvenimenti che in quei luoghi si sono consumati, Cărtărescu lo paragona, evocandolo, a L’Aleph di Borges.

L’Aleph, prima lettera dell’alfabeto ebraico, simbolo di unità e trascendenza divina, quello di Borges è un punto, un baule-mondo «dove si trovano senza confondersi né sovrapporsi tutti i luoghi della Terra, visti da tutti gli angoli» agisce come un caleidoscopio in cui tutto l’Universo racchiuso è visibile, un osservatorio da dove poter scrutare «milioni di atti gradevoli e atroci», in questo i due dispositivi convergono.

È a questo concetto che il REM di Cărtărescu si collega, in una dimensione esistenziale psichica, ma intima e individuale, che nonostante gli effetti consimili come le visioni, non hanno le medesime applicazioni nei concetti, il REM non ha nulla del peso universalistico de L’Aleph che si conferma alla stregua di una contemplazione divina, più vicina al punto di vista di un neo-dio che tutto può scrutare, a cui è concesso sbirciare in macro e in micro ogni anfratto del visibile-creato. lontana dalla successiva dimensione solipsistica della bambina che si interroga sul suo futuro e quello delle sue compagne di gioco. Le visioni dell’infimo e del sublime si stagliano al cospetto delle ragazzine e davanti al Borges del racconto, quando viene sotterrato nella cantina dall’amico poeta con addosso il panico dubbioso della sua follia.

Un percorso per giungere alla chimera del presente, un gioco infantile intrecciato con i sogni della ragazzina che sogna i sogni, e la possibilità di staccarsi dalla ragnatela dei giorni, credere per sempre alla chimera, il sogno iridescente che vive nel cuore dei sognatori.

Il REM è unico, la volontà del divino alberga in esso, la realtà vera.

Un luogo di passaggio in attesa di essere ritrovato dall’unico essere che può attraversarlo, un cervello colossale che regola e coordina: vedere. Una salvezza o una dannazione?

Dipende dal posto che hanno in noi quei ricordi mirifici: se ci gettano nell’abisso o li serbiamo come gioielli in grado di animarci, senza permettere alla bestia del quotidiano di divorarci. 

Dipende dal potere che la nostalgia ha su di te, se è in grado di salvarti o ucciderti.

Ssovrappensiero

Articolo a cura di ssovrappensiero

Foto: “Le Septième Sceau – du corps profane au corps Glorieux DSC03293” di Abode of Chaos


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