La primissima cosa che fa un essere umano entrando in una stanza d’albergo è spogliarsi. Non tutti, certo. La maggior parte. Come se togliersi i vestiti fosse un modo per confermare che si è soli. Inosservati. Liberi. La seconda: accende la TV. Controlla i canali. La terza: compie piccoli gesti rituali. Qualcuno sistema i bagagli. Qualcuno pulisce ciò che è già pulito. Il gesto non è igienico. È simbolico. Serve a sentirsi meno ospiti.
L’Hotel Excelsior è famoso: costruito interamente con specchi unidirezionali, l’edificio è un enorme corpo riflettente. Si può vedere da dentro a fuori, ma non da fuori a dentro. O almeno, così viene detto ai clienti. Ogni sistema però, prima o poi, mostra una falla. Nella realtà, l’Hotel Excelsior è un gigantesco video wall da Grande Fratello. Il più grande spettacolo di Roma. Ma non per tutti. Guardando le camere dal basso, infatti, nessuno può vedere alcunché. È solo standoci di fronte a una certa altezza che le finestre smettono di riflettere. E mostrano tutto. Un immenso campionario umano. Un potenziale da laboratorio. Ogni camera è un occhio. Ogni vetrata è uno schermo. Ogni ospite è un contenuto. Come una gigantesca interfaccia di Netflix con tutte le proposte in evidenza. E io sono l’unica vera beneficiaria. Non per caso: abito proprio di fronte. All’altezza in cui il riflesso smette di funzionare.
Potrei passarci le ore. Qualche volta, in effetti, lo faccio. Fumo in sottoveste alla finestra. Il fumo mi scappa verso l’Hotel cotonandosi di rosso e d’azzurro verso le insegne al neon. C’è un vecchio coi baffi che mi sta usando per masturbarsi. Non mi sposto neanche. Mi fa una disgustosa pietà.
Io so che possono vedermi. Loro non sanno che li vedo.
Spostando gli occhi, cambio programma. Ecco una coppia che torna spesso. In un mese li ho già visti quattro volte. Arrivano il sabato e ripartono il lunedì. Guardarli è come vedere una replica. Fanno sempre le stesse cose. Nello stesso ordine. Nessuna variazione. Come due elementi di una formula esausta. Sono del tipo due: appena arrivano accendono la TV. Mettono un canale a caso e scopano subito per togliersi il pensiero. È un sesso impiegatizio. Timbrano il cartellino e via. Non si baciano. Non si guardano. Lei punta gli occhi sul soffitto. Lui fa il minimo sindacale, ma gronda sudore come se avesse corso la maratona. Eppure sono passati due minuti. Fa una smorfia patetica e si butta da un lato, come se morisse. Posso dire con certezza che lei non è venuta. Non c’è andata neanche vicina. Infatti si gira subito. Ha sempre l’infondato timore che lui voglia ricominciare. Invece, nel tempo che lei impiega a pulirsi con un angolo di lenzuolo, lui si è già addormentato. Bocca aperta. Bava. E cosce aperte come un ranocchio. La TV accesa su un canale che manda pubblicità di gioielli. Non tirano mai le tende. Hanno fiducia nell’inganno dell’Hotel.
All’Excelsior le stanze non ospitano: inquadrano. Accumulano dati. Le camere sono trappole empatiche. Interfacce sature che registrano e catalogano anche l’inutile. Vorrei il telecomando universale di tutto questo, se solo ci fosse. Accelerare le storie. Riavvolgerle. Fermarle sul fotogramma chiave. «Leggi!» «Fai la doccia!» «Litigate!»
Deciderei io. Ma forse il controllo è un’illusione. Sarei padrona di quegli spaccati delle vite altrui, ma mai della mia. A volte fantastico sulla possibilità che ciò che vedo sia reale o meno. E poi mi chiedo se, in questo quadro, non potrei essere anch’io, a mia volta, il programma di un’altra tele-finestra. Potrei essere osservata da un altro spettatore. Uno che guarda me con un altro telecomando, mentre io guardo loro. Uno che mi ha comandato: «Guarda!» e io per questo muoio dalla voglia di guardare. Per obbedienza. Ma poi mi dico no: non è la stessa cosa. Io so che possono vedermi, è questo che cambia tutto. Non sei mai libero se sospetti di essere osservato.
Sono catturata dalla lentezza della visione continua. Dalla bulimia di eventi irrilevanti. Dalla diluizione informativa. Mi ci addormento. Il rumore bianco dell’intimità altrui mi rilassa. Anche se – mentre guardo – ho la sensazione che a tratti sia l’Hotel a guardare me. Come se fosse vivo. La pareidolia anima tratti del logo, che diventano occhi morbosi. Mi spiano. Mi vogliono. Ma poi mi sveglio in piena notte e l’edificio è ancora lì, identico specchio-non-specchio.
L’Excelsior non è un albergo. È una città verticale. Un sogno lucido. Intrappola i viaggiatori nelle sue geometrie come tanti ingranaggi. Un distillato sociale. Non ha corridoi, ma percorsi da roditore per ospiti eleganti. Scale sezionate a metà. Un’enorme casa delle cavie. Ogni camera è un teca. Un acquario. Un archivio cinematografico. Una storia possibile. Chi entra qui, non dorme: trasfigura.
Ecco una novità che mi attrae. Camera 346. La stessa dove ho visto una turista giapponese ubriacarsi fino al coma. La stessa dove un cinquantenne biondo ha pianto per sei ore di fila. Lì, adesso, c’è lui. Magro. Ha un ciuffo bianco, ma avrà venticinque anni come me. È alto. Occhi neri. È perfettamente fermo. Mi guarda senza battere le palpebre. Il suo sguardo mi buca. La 346 è una camera con un passato, perché dentro c’è morto qualcuno. Ogni albergo ne ha una, anche se nessuno lo dice. Ho provato a ignorarlo. A fare altro. Ma lui resta lì. Immobile. Mi fissa. Non è uno sguardo curioso. È un’attenzione chirurgica. Come se mi stesse leggendo. Lo vedo sollevare appena una mano. Un gesto impercettibile, come per misurare la direzione del vento. Non è un saluto. È un test. Una domanda muta: «Mi vedi?»
D’istinto ho spento la luce. Mi sono vestita a casaccio per uscire a buttare la spazzatura. L’enorme sacco nero va gettato di notte. L’aria è immobile, tiepida, carica di smog. Penso ancora a lui. Fermo immagine di albergo con ragazzo. Trascino il pesante sacco giù per le scale, ma inizia subito a bucarsi e l’immondizia a tracimare. È così ingombrante da farmi perdere l’equilibrio. Cado. Rotolo giù per l’ultima rampa fino al portone spalancato sulla strada. Sono quasi sicura di andare a sbattere contro un palo. E invece finisco addosso a lui. Non fa in tempo a spostarsi. O non vuole farlo. Camicia bianca stirata, pantaloni classici, scarpe lucide.
«Scusa…» dico raccogliendo bucce di banana, flaconi di shampoo e lame del minipimmer. «L’inquilina precedente ha lasciato questo e non sapevo come portarlo via. All’Hotel hanno detto che ci avrebbero pensato loro.»
Lui sorride e si offre di aiutarmi a prendere tutto il resto da lasciare alla raccolta dell’albergo. L’ho ricoperto di liquami, eppure fa su e giù finché casa mia non è a posto. Vede la sua finestra dalla mia.
«Allora è da qui che mi guardi.»
Esito, ma annuisco. Lui non dice niente.
«Mi lavo le mani e sparisco.»
Penso: “Come sparisci? No. Non te ne andare.”
«Sto qui da poco. Non ho l’acqua corrente. Ci stanno lavorando.»
Lui non ci pensa due volte.
«Se vuoi, sali in camera da me. C’è l’acqua. C’è tutto… anche una doccia.»
Ho detto di sì.
Nella 346 c’è silenzio. Pulita. Anonima. Come lo spazio di un esperimento. Proprio come la immaginavo. Mi dà i brividi. Lui ha ordinato una bottiglia di bianco secco e due calici. Le tende sono chiuse. Esito. Glielo chiedo con gli occhi: «Posso?» E lui apre i drappi grigi insieme a me. Fuori, inquadrata perfettamente, casa mia. La mia finestra. Vuota di me. Un quadrato nero nello spazio. È come guardare la TV e trovarsi dentro al programma. Truman che guarda il Truman Show dalla sala regia. Sono diventata parte dello spettacolo. Dissolvenza.
Lo facciamo come se fossimo personaggi scritti da qualcun altro. Il copione prevede questo. La città è sintonizzata. Dobbiamo fare qualcosa adesso. Lo spettacolo deve continuare. Dobbiamo continuarlo noi. Noi persone. Noi elettricità. Noi pellicola. Le finestre sulla strada sono scorci di film muto. Le sole in scala di grigio. Nel bianco e nero delle nostre attitudini. Fotogramma dopo fotogramma. Incombe la città. Non so se vera o d’invenzione. Si accalca. E sgranocchia vorace. Massa nera. A copia dei suoi occhi. Bisogna reggere il palinsesto. Scopare fino al mattino. E poi lasciarci andare. Di nuovo sconosciuti, domani. Questo vuole l’Excelsior. Jump cut.
Mattina. Tardi. Troppo tardi se lui avesse il check out. Ma dorme ancora. Guardo di nuovo fuori. All’inizio penso a un riflesso perché la figura è ferma e mi guarda. E invece no: a casa mia c’è qualcuno. Una mia copia spiccicata. Una versione di me che non è mai entrata in questa stanza. Invece io sono qui. Anche la casa è perfettamente identica. Anzi no. Vicino alla finestra c’è una pianta che non ho mai comprato. Una Lunaria Setosa. È l’unico errore.
Lui sente che l’ho notato. Si alza e mi abbraccia.
«Ora tocca a te», dice. E la finestra diventa specchio. All’Excelsior, chi guarda è destinato a essere guardato. L’Hotel sta copiando la realtà. È un dispositivo che si ciba di sguardo per poter replicare. Il ragazzo non è il primo a vedere chi vede. L’Hotel ha bisogno di qualcuno fuori, ma a un certo punto deve inglobarlo. E adesso tocca a me. Piano sequenza della mia corsa folle dai piani alla strada. Appena esco dall’albergo, l’arredamento comincia a cambiare. Le pareti si deformano. Le lenzuola si gonfiano, come vele sotto un vento elettrico. Le camere si accartocciano e vengono risucchiate. Poi tocca all’Hotel che va giù come un castello di carte. Crolla. Come un’illusione. I vetri in frantumi. Le luci si spengono una a una. La reception è l’ultima a cadere. Per un attimo, vedo il concierge che mi guarda. Accenna un saluto composto. Poi svanisce. Resta solo polvere. Tombini fumanti. Spazzatura e ratti.
Forse l’Excelsior non è mai stato un luogo. Forse è una condizione. Una frequenza. Un’interfaccia. Un passaggio tra mondi. O forse è andato da un’altra parte. Forse ci sono entrata mille volte, sotto forme diverse. Forse quel ragazzo non è mai esistito. Ho solo sognato di seguirlo all’Hotel Excelsior. Sognato di vivere lui e la stanza.
Forse è stato un sogno trasmesso in diretta e impossibile da registrare. Nessuno che non vi abbia assistito potrà avere la certezza se ci sia stato o no. E anche io che l’ho visto, tra qualche anno dubiterò della mia stessa memoria. Ma, per adesso, mi sembra di vederli ancora: una serie infinita di occhi che si guardano guardare.
Roberta Russo Vizzino
Foto: “vintage hotel 1” di Diego Correa


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